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Una porta, tra tante, per campare…

«Io vulesse truvà pace; / ma na pace senza morte.»

Eduardo non fa poesia del quieto: fa ingegneria del possibile. Perché mette subito un vincolo, come si fa quando si parla di cose reali: pace sì, ma non quella che risolve tutto spegnendo tutto. Non la pace del “non sentire più”, non l’ultima quiete che assomiglia a una resa. Una pace che resti dentro la vita, e dunque dentro il suo rumore. E allora chiede l’impossibile con un’immagine semplicissima: «Una, mmiez’a tanta porte, / s’arapesse pè campà!». Non una fuga. Non un altrove. Una porta. Una sola. In mezzo a tante. È un’idea potentissima perché la nostra esistenza turbolenta — e oggi più che mai — non si consuma per la mancanza di uscite, ma per l’eccesso di varchi. Porte che si aprono da sole: notifiche, urgenze, opinioni, la voce degli altri che entra come aria in una stanza e ti cambia la pressione interna senza chiedere permesso. Viviamo in un corridoio infinito in cui ogni maniglia promette pace e consegna un altro pezzo di mondo da gestire.Eduardo elenca i disturbi come una diagnosi: «Senza sentere cchiù ‘a ggente / ca te dice: “io faccio…, io dico”», «senza sentere l’amico / ca te vene a cunziglià». È il brusio dell’io. Non il male “grande” e tragico, ma quello quotidiano e viscoso: la competizione narrativa, l’esibizione del fare, la morale mascherata da consiglio. La società contemporanea l’ha reso sistematico: il parere è diventato ambiente, il giudizio una temperatura costante. E tu, per starci, consumi energia solo per mantenere una forma. Poi c’è la famiglia, che è una forza enorme perché non è esterna: ti abita. «Senza senter’ ‘a famiglia / ca te dice: “Ma ch’ ‘e fatto?”». La domanda che non è informazione, è controllo. È l’interrogativo che ti rende imputato mentre sei ancora vivo. E quando la vita è già difficile, l’imputazione quotidiana è un carico di fatica che non si vede ma piega. E dopo arrivano le istituzioni della paura: «Senza leggere ‘o giurnale… / ‘a nutizia impressionante», «Senza sentere ‘o duttore / ca te spiega a malatia…». Qui Eduardo sembra parlare esattamente del nostro secolo: il notiziario perenne, la catena infinita delle catastrofi, la salute trasformata in ansia amministrativa. Il guaio “per tutte quante” è diventato un flusso, e il flusso pretende attenzione continua. È come se la realtà ci chiedesse di essere presenti a tutto, sempre: al dolore globale e alla nostra piccola fragilità personale, nello stesso minuto. In questa corrente, la pace viene scambiata per anestesia. E infatti Eduardo mette la domanda decisiva in bocca a chi, stanco, potrebbe cedere alla tentazione più scura: «Pecchè, insomma, si vuò pace / e nun sentere cchiù niente, / ‘e ‘a sperà ca sulamente / ven’ ‘a morte a te piglià?». È un ragionamento lucidissimo: se “pace” significa “assenza di stimoli”, allora la definizione perfetta coincide con la fine. Ma Eduardo rifiuta quel sillogismo. Lui vuole una pace che non sia sottrazione totale: vuole un equilibrio diverso, una fisica più gentile. E qui entra la primavera. Non come cartolina, ma come modello: «S’arapesse na matina, / na matin’ ‘e primavera, / e arrivasse fin’ ‘a sera / senza dì: “nzerràte llà”». La pace non è eterna: è una giornata intera che regge. È la continuità. È l’idea che una porta possa aprirsi e restare aperta fino a sera, senza che qualcuno — o qualcosa — venga a richiuderla con quel gesto secco che conosciamo bene: “torna al dovere, torna alla prestazione, torna al rumore”.
La nostra turbolenza, forse, è proprio questo: l’impossibilità di attraversare una giornata senza che il mondo ti richiami continuamente al suo comando. Le ore non scorrono: vengono interrotte. E l’interruzione, ripetuta, diventa un modo di esistere. È una vita che non riesce a stratificarsi, a depositarsi, a diventare esperienza. Rimane solo reazione. Allora la porta di Eduardo non è una fuga dai problemi: è un gesto di sovranità minima. È la possibilità di decidere quali voci entrano e quali no. Non per egoismo, ma per dignità: «Senza scennere cchiù a patto / c’ ‘a cuscienza e ‘a dignità.» Perché la turbolenza morale del nostro tempo è fatta anche di compromessi piccoli, di cedimenti quotidiani. Ti abitui a scendere a patti, un poco alla volta, finché non capisci più quando hai iniziato.
E poi c’è quell’ultima tempesta, la più intima: «Senza sentere stu core / ca te parla ‘e Cuncettina, / Rita, Brigida, Nannina… / Chesta sì… Chell’ata no.» Qui Eduardo svela che il rumore non è solo fuori. È anche dentro: desideri, rimpianti, alternative immaginarie. La mente che simula vite parallele, il cuore che fa referendum continui. È un’altra forma di notiziario, interno, con la stessa pretesa: “stai aggiornato anche su te stesso”. E tu ti rincorri. Per questo la pace senza morte è un’operazione difficilissima: richiede di non confondere il silenzio con la fine, la calma con la sparizione. Richiede di inventare — o ricordare — un tipo di quiete che non cancelli la vita, ma la renda abitabile.
La porta di Eduardo, in fondo, è una richiesta politica e insieme privata: che esista uno spazio dove vivere non sia solo resistere. Uno spazio dove il mondo non venga negato, ma filtrato. Dove le notizie non divorino l’anima. Dove il parere degli altri non sia legge. Dove la dignità non sia merce di scambio. Ecco perché quel verso ritorna uguale, come un ritornello necessario: «Io vulesse truvà pace / ma na pace senza morte.» Non è capriccio, è un diritto elementare. Non una pace assoluta — che non esiste — ma una pace sufficiente: quella che ti fa arrivare a sera senza sentirti chiuso fuori dalla tua stessa vita. Quella che, almeno ogni tanto, tiene aperta una porta “pè campà”.

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