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La scintilla negli occhi…

Ci sono persone che ti parlano e tu ascolti.
E poi ci sono persone che ti parlano e, all’improvviso, ti viene voglia di stare zitto meglio. Per non rovinare.
L’intelligenza – quella vera, quella che non fa rumore – è una specie di calamita. Non è la risposta pronta, non è la frase brillante. È una scintilla negli occhi: il modo in cui uno si accende quando nomina qualcosa che gli importa. Anche se quella cosa è lontana da me, anche se non saprei nemmeno da dove cominciare per capirla. Proprio per questo mi affascina: perché non pretende di essere utile. È viva e basta. Quando la incontro, mi succede una cosa strana: mi viene naturale volerla proteggere. Come si fa con una fiamma piccola in una stanza troppo grande. Non per possederla, non per metterle una direzione addosso, non per trasformarla in “bravura”. Ma per farle spazio. Per evitare che si spenga per mancanza di ossigeno, per timidezza, per paura di sembrare fuori posto.
A scuola questa cosa la vedi spesso, se hai occhi abbastanza pazienti.
C’è l’alunno che sembra distratto e invece sta solo pensando più veloce della classe. C’è quello che fa domande strane, laterali, che non “servono” al compito, e proprio per questo sono preziose. C’è chi si innamora di una cosa senza saperlo dire: lo capisci dal modo in cui torna sempre lì, come una lingua madre. E allora – senza proclami – provi a fare la cosa più semplice e più difficile: non spegnere.
Un libro lasciato sulla cattedra “per caso”. Una frase detta al momento giusto: “Se ti va, continua.” Un esercizio un po’ più alto, non per metterlo alla prova, ma per fargli vedere che può arrivarci. Un “ci credo” che non suona come una spinta, ma come una mano appoggiata sulla spalla. Non sono mai del tutto esplicito. Perché l’intelligenza, quando la guardi troppo, si irrigidisce. E la passione, se la illumini con il faro, a volte si vergogna e scappa. Io mi limito a orientare leggermente il vento. A costruire un piccolo riparo. A dire: qui puoi stare, qui non devi giustificarti.
Forse è questo, alla fine, il mestiere che mi sono scelto: riconoscere le scintille. E fare il possibile – nei limiti – perché diventino fuoco. Non per me. Per loro. Per quel futuro che ancora non sanno di desiderare, ma che già li sta chiamando.

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