
Da piccolo ti chiedono sempre la stessa cosa, come se la vita fosse un modulo da compilare: che vuoi fare da grande? E tu dovresti rispondere con un mestiere, una divisa, un orario, una parola che stia comoda nelle loro aspettative.
Ma ci sono bambini che hanno già capito il trucco. Che non è una domanda sul futuro, è una domanda sul carattere. È una domanda sul modo in cui starai al mondo quando il mondo ti spingerà, ti consumerà, ti verrà addosso come un temporale senza preavviso.
Allora ti guardi intorno, come si fa quando si cerca un appiglio: gli amici che fremono, l’odore di sale, la voglia di correre verso l’ultima onda della stagione, quella che si prende per orgoglio più che per necessità. Ti sistemi i capelli con una mano — gesto piccolo, quasi inutile — non per ordine ma per dire al vento: fai pure, io resto. E sorridi, perché quella risposta sembra troppo grande per la tua bocca, ma ti esce lo stesso, come una verità che non chiede permesso. Voglio avere pazienza. Non la pazienza da frase fatta, da calendario motivazionale. La pazienza che costa. Quella che ti fa restare quando vorresti scappare, che ti insegna a non pretendere subito una spiegazione, un premio, una carezza, una svolta. La pazienza che non è rassegnazione: è disciplina del cuore. Voglio saper aspettare. Aspettare non è stare fermi. Aspettare è tenere acceso qualcosa mentre tutto intorno suggerisce di spegnerlo: la fiducia, il desiderio, la gentilezza, perfino la fame di essere capiti. Aspettare è non ridurre le persone al loro minuto peggiore. È concedere tempo: agli altri, alle cose, e soprattutto a sé stessi.
E poi, come se la frase avesse bisogno di un corpo, scegli un’immagine che non è un’immagine: è una destinazione. Voglio essere il mare. Il mare non si affretta e non si giustifica. Non spiega perché torna sempre. Torna e basta. Accoglie, respinge, porta lontano, restituisce. Fa rumore quando serve e tace quando è il momento. Si prende tutto il tempo del mondo perché il mondo, in fondo, è fatto di lui. Il mare sa aspettare anche ciò che non arriva. E quando arriva, non lo umilia con l’impazienza. Lo prende, lo avvolge, lo misura con le onde: una volta, due volte, finché capisce. Forse crescere è proprio questo: smettere di voler essere una risposta e diventare un elemento. Qualcosa che non si esaurisce in una definizione. Qualcosa che sa contenere.
E se un giorno ti chiederanno ancora cosa vuoi fare da grande, potrai rispondere senza fretta, senza difenderti, senza inventarti una maschera: voglio essere quel posto dove l’ansia non comanda, dove il tempo non è un nemico, dove anche una tempesta, prima o poi, trova la sua riva. Voglio essere il mare: e imparare, finalmente, a restare.