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Le strade…

Ci sono strade che ti prendono per mano senza chiederti niente. Non vogliono sapere dove stai andando, non pretendono spiegazioni, non ti mettono all’angolo con quelle domande educate che fanno male perché arrivano nel momento sbagliato. Ti lasciano solo fare l’unica cosa sensata quando non riesci più a rimettere in ordine i pensieri: guidare.
Guidare è una forma gentile di sopravvivenza. Non risolve, non aggiusta, non cancella. Però mette una distanza. E a volte la distanza è già una cura: ti separa da quel posto dove non vuoi tornare e ti avvicina a quello dove non hai il coraggio di restare. È lì, in mezzo, che succede qualcosa di strano. Un equilibrio provvisorio, un’aria più respirabile. Come se la vita, per un attimo, smettesse di essere una stanza e diventasse un corridoio.
A metà strada mi piace la sensazione di non appartenere a niente. Non al passato, che si ostina a chiamarti come fanno i numeri sconosciuti. Non al futuro, che ti aspetta con l’imbarazzo di chi non sa se sei davvero disposto a entrare. In mezzo, invece, sei leggero. Sei solo un corpo che va, un pensiero che scorre, una musica che tiene insieme i pezzi. E finalmente non devi decidere nulla: devi solo continuare.
Dei lunghi viaggi mi piace che tutto passi veloce, perfino le cose bellissime. Un campo acceso dal sole, un paese appeso alla collina, un mare improvviso tra due curve. Arrivano, ti colpiscono, ti attraversano. Poi spariscono oltre il parabrezza senza darti il tempo di affezionarti. È una grazia, questa crudeltà: la bellezza che non ti chiede di trattenerla. Forse è per questo che guidare consola. Perché ti insegna, senza prediche, che non tutto ciò che è bello deve diventare tuo. Che puoi ammirare e lasciare andare. Che puoi dire “che meraviglia” e non trasformarlo in una promessa. E allora mi viene da pensare che anche l’amore dovrebbe somigliare a una strada. Un viaggio che puoi cominciare e finire senza il ricatto del “per sempre” usato come una catena. Un amore che non ti faccia soffrire perché non puoi rifarlo uguale, identico, come se esistesse il tasto “ripeti” per i momenti buoni. Perché il dolore, spesso, non nasce dalla fine. Nasce dall’idea che quel che è successo doveva continuare. Che la felicità dovesse mantenere lo stesso sapore, la stessa luce, lo stesso chilometro esatto. Ma la vita non funziona così: non ci ridà la stessa curva due volte con lo stesso cielo.
Forse amare, davvero, è accettare che anche le cose più belle passino. E che proprio perché passano, vanno guardate bene mentre ci sono. Come si guarda un paesaggio in autostrada: senza provare a possederlo, senza fermarlo, senza trasformarlo in nostalgia prima del tempo.
E quando poi finisce, non chiedere spiegazioni. Non frugare nei dettagli come se lì dentro ci fosse una colpa da attribuire. Fare come fanno le strade migliori: lasciarsi percorrere, lasciarsi finire. Con la dignità silenziosa di chi sa che, per provare a star meglio, a volte non avresti potuto fare altro che guidare.

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