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Il profilo delle cose…

C’è un modo strano in cui la vita ci passa accanto. Non è un urlo, non è un colpo di scena: è più simile a quando, dal finestrino, il profilo delle cose corre via veloce e tu lo afferri solo con la coda dell’occhio. Non sai nemmeno se l’hai visto davvero. Sai solo che ti è rimasto addosso.
Così sono certi viaggi: quelli voluti a ogni costo, quelli che all’ultimo momento avresti cancellato con un gesto secco, come si chiude una finestra per non sentire più il freddo. Poi li fai lo stesso. E ti portano esattamente dove non avevi pianificato di essere: nel punto in cui ti serviva tornare a respirare. Nel punto in cui, senza accorgertene, ricominci.
C’è una contabilità silenziosa che nessuno registra, ma che prima o poi presenta il totale: quanto è costato non dire quello che pensavi; quanto è costato non pensare quello che avresti voluto; quanto è costato desiderare con prudenza, come se desiderare troppo fosse una colpa. È una tassa che paghi a rate, e ti sembra quasi di non sentirla… finché un giorno ti accorgi che ti manca qualcosa, e quel qualcosa eri tu.
Perché succede anche questo: che fuori non cambi niente. Le stesse strade, le stesse stanze, le stesse conversazioni ripetute con la stessa voce. Eppure dentro succede un disordine enorme, una rivoluzione che non chiede permesso. Violenta, continua, terribile. Necessaria. A tratti persino rigenerante, come certe febbri che ti spaventano ma poi ti lasciano più leggero, più vero.
È lì che capisci la stranezza dei “basta” e dei “continua”. Dici basta e continui, come se la mano che chiude la porta trovasse sempre una fessura per riaprirla.
Credi che continuare sia la cosa migliore e smetti, perché la stanchezza ha una sua intelligenza ruvida. Smetti e te ne penti dopo un minuto, perché il cuore è un animale che si affeziona anche alle gabbie.
E poi c’è quell’illusione gentile che ogni tanto ci salva e ogni tanto ci tradisce: “è tutto a posto”.
Lo dici per non disturbare l’aria. Lo dici per non spaventare nessuno. Lo dici perché la normalità è un abito che sta bene a tutti, anche quando stringe.
Ma la verità, spesso, è più semplice e più feroce: l’unica cosa che dovrebbe essere a posto — e non lo è — sei tu.
E allora ti giri a sinistra. Ti guardi allo specchio. E c’è qualcuno. C’è una presenza che ti pare stabile, una certezza appoggiata lì come un cappotto sulla sedia: sembra che possa restare per sempre.
Poi ti attraversa un pensiero che fa male per la sua esattezza: da un momento all’altro sparirà.
Non per sempre.
Ma abbastanza da farti capire che certe persone, certe stagioni, certe versioni di te, sono fatte per essere viste così: di sbieco, in corsa, mentre passano.
E forse la maturità — se esiste — è imparare a non pretendere di fermare tutto.
È accettare che alcune cose non si possiedono: si attraversano.
È diventare capaci di dire, senza drammi e senza eroismi: oggi non cambia niente fuori, ma dentro sto ricominciando.
E ricominciare, a volte, non è un gesto grande.
È solo il coraggio minimo di non scappare da te stesso quando finalmente ti raggiungi.

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