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La delicatezza di restare…

Ci sono gesti che non servono a cambiare il corso delle cose, ma solo a ricordarti che sei vivo mentre tutto scorre. Prendere una mano, ad esempio. Non stringerla. Non trattenerla. Appoggiarla semplicemente nella tua, come si fa con ciò che non vuoi possedere ma solo custodire per un istante.
Lui le prese la mano così. Con una delicatezza quasi distratta, come se stesse provando una possibilità e non una certezza. Le dita di lei restarono mobili, nervose, irrequiete. Potevano fuggire in qualsiasi momento, e lui lo sapeva. Non fece nulla per impedirlo. Certe libertà non si concedono: si riconoscono. E quando lo fai, resta nell’aria una specie di pace fragile, quella che nasce solo quando nessuno sta chiedendo nulla all’altro. Rimasero così un poco. Abbastanza perché la pelle imparasse la pelle. Perché i piccoli solchi, le curve imperfette delle dita, smettessero di essere dettagli anonimi e diventassero qualcosa di familiare, quasi necessario. Come succede con i luoghi che hai attraversato mille volte senza guardarli davvero, e che all’improvviso, in un giorno qualunque, ti sembrano casa.
È strano come funzioni la memoria degli affetti. Ci sono persone che hai visto cento, mille volte, e che continui a sentire sul punto di sparire. Come se la loro presenza fosse sempre provvisoria, concessa a tempo determinato. Forse perché, in fondo, lo è. Forse perché l’unica cosa davvero stabile è la possibilità della perdita. E allora la vita va avanti così: inciampando negli stessi errori, senza che quegli errori si trasformino mai in lezioni definitive. Continuiamo a tornare negli stessi punti, a ripetere le stesse frasi, a cercare negli stessi sguardi una conferma che non arriva mai del tutto. Non perché siamo incapaci di imparare, ma perché imparare non basta. Non protegge. Non mette al riparo.
La vita degli esseri umani procede senza chiedere il permesso. Non aspetta che tu abbia capito. Non rallenta perché sei stanco. Prosegue anche quando il senso ti sfugge, anche quando il perché resta sospeso come una domanda lasciata aperta per troppi anni. E a un certo punto smetti di pretendere risposte. Ti accontenti di restare.
Restare, a volte, è tutto quello che puoi fare. Restare con una mano nell’altra, senza promesse, senza garanzie. Restare sapendo che domani potrebbe essere diverso, che qualcuno potrebbe andarsene, che qualcosa potrebbe rompersi senza fare rumore. Ma restare lo stesso, per quell’istante preciso in cui tutto è ancora intero. Forse è questo che ci salva, ogni tanto. Non il capire. Non il correggere. Ma il concederci di abitare un momento senza volerlo spiegare. Senza volerlo aggiustare. Lasciando che la vita faccia il suo mestiere: passare. E lasciando a noi il compito più difficile di tutti, quello che non insegnano mai a nessuno: sentire, anche quando fa paura. Sentire, anche quando non serve a niente.

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