
C’è un elenco che non si scrive per organizzarsi, ma per respirare.
Un elenco che non chiede permesso, non cerca coerenza, non pretende assoluzioni. È il catalogo segreto delle cose che ci hanno attraversato e di quelle che, ostinate, continuano a bussare.
Confessarsi, ad esempio. Non per essere puliti, ma per essere veri. Tornare a quel silenzio del venerdì pomeriggio, quando la chiesa è vuota e il mondo sembra essersi ritirato di qualche passo. Dire sottovoce non tanto ciò che si è fatto, ma ciò che si è desiderato: l’odio, la vendetta, il rancore coltivato come una pianta che non muore mai. E anche quella colpa minuscola e enorme insieme – un pezzo di cioccolato rubato da bambino – che insegna più di mille prediche quanto pesa una coscienza quando è giovane. Poi partire. Non per fuggire, ma perché a volte il corpo decide prima della testa. Prendere i documenti, una borsa leggera, un’auto lasciata in sosta lunga come una promessa sospesa. Chiedere al banco informazioni qual è il primo volo e accettare la risposta come si accetta un destino momentaneo. Attraversare l’Italia guidando forte, sentire il motore che tiene insieme i pensieri, possedere una moto solo per sapere che esiste, prendere un cane per imparare la fedeltà che non si spiega.
Ci sono gesti piccoli che salvano più dei grandi: dar da mangiare ai gatti randagi, uscire di notte a bere da soli come nei film, imparare a chiedere scusa solo quando serve davvero. E accettare che si possa fare l’amore senza amore, e che non sia sempre una colpa, ma talvolta una forma goffa di sopravvivenza. Dimenticare chi ci ha resi felici non per ingratitudine, ma per poter camminare leggeri. Rivedere chi si è scelto di perdere e scoprire che la mancanza non è più una ferita aperta. Dormire fino a pomeriggio inoltrato, pregare senza vergogna, aprire un libro e trovare il proprio nome stampato grande, come se qualcuno avesse finalmente detto: esisti.
Andare al cinema ogni settimana per tutto l’inverno, bere troppo dopo il lavoro e tornare a casa in metro, stupirsi al mattino di essere entrati nell’appartamento giusto. Desiderare una casa semplice e definitiva: un divano, sedie comode, un garage che si apra da solo quando fa freddo, perché anche il comfort è una forma di pace conquistata.
Tornare a casa dopo mesi e sentire che il pavimento sotto i piedi è ancora tuo. Camminare scalzi sul parquet. Svegliarsi senza desiderare altrove. Guardare indietro e non odiare il ragazzo che si è stati, nemmeno per ciò che non ha avuto il coraggio di fare.
Aspettare Natale per restituire qualcosa: mettere in mano a tuo padre le chiavi di una piccola berlina e dirgli che adesso può smettere di preoccuparsi. Ordinare una pizza a domicilio e lasciare una mancia generosa, magari a New York. Tornare a Singapore e vedere il mercato del pesce alle quattro del mattino, quando la città respira in un altro modo.
Dire “ti amo” senza dover poi chiedere scusa. Fare l’amore spesso, attraversare la strada senza guardare, mangiare solo quando si ha fame. Desiderare, scegliere, rimandare. Tutto, ma senza colpa.
E alla fine, forse, il punto non è fare tutto questo. Il punto è sapere che potresti.
Essere quello che sei, finalmente, e non doverlo spiegare a nessuno.