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Il calore che resta…

Ci sono ricordi che non tornano per farsi raccontare. Tornano per scaldare. Arrivano senza bussare, come il sole d’estate quando ti sorprende sulla pelle dopo una giornata storta. Non chiedono spazio: lo prendono. E lo riempiono.
Il ricordo dei giorni felici è così. Non è nostalgia, non è rimpianto. È una forma di cura. Una mano poggiata sul petto nei giorni in cui il presente sembra avere solo spigoli.
Io li custodisco come si custodisce un abbraccio. Quello di mio nonno, per esempio. L’odore della sua giacca, che sapeva di talco e tempo. Io seduto su quella sedia, sul balcone, stretto a lui. Non diceva molto, non serviva. Tenermi lì, con sé, era il suo modo di restare nel mondo mentre, piano piano, la vita cominciava a lasciarlo solo. Io non lo sapevo. Lui sì. E per questo stringeva un po’ di più. E poi mia nonna. Silenziosa come sanno essere solo le persone forti. Paziente, presente. Era il mio porto sicuro. Scappavo dalle mie marachelle quotidiane e finivo sempre lì, protetto da uno sguardo che non giudicava, da mani che sapevano aspettare. Non faceva rumore il suo amore. Ma reggeva tutto.
I ricordi sono fatti così: non parlano a voce alta. Hanno un odore, una temperatura, una consistenza. Sanno di estate, di avventure piccole ma immense, di tempi in cui il mondo era più grande perché noi eravamo più piccoli. E tornano nei giorni duri, quelli freddi, per ricordarci che non siamo nati solo per resistere.
Come il sole che scalda l’acqua del mare, anche quando non te ne accorgi, certi ricordi continuano a lavorare dentro di noi. Tengono caldo il cuore. E, a volte, bastano per attraversare il presente senza indurirsi.

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