
C’è una parte della storia che non ho mai scritto. Non perché mancassero le parole, ma perché erano troppe, tutte accalcate nello stesso punto, come passeggeri senza biglietto che fingono indifferenza guardando fuori dal finestrino.
All’inizio, come in ogni racconto che si rispetti, c’era una promessa. Una di quelle pronunciate senza testimoni, che non chiedono fedeltà ma resistenza. Partiremo insieme, dicevamo. Non subito, mai subito. Le partenze migliori sono quelle che si tengono in tasca come un portafortuna, che si sfregano tra le dita nelle notti lunghe, quando il sonno non arriva e la mente si mette a fare l’inventario di tutto ciò che manca.
Ci siamo difesi così, per mesi, forse per anni: progettando fughe come altri progettano case. Con la meticolosità dei vigliacchi intelligenti. Con la fantasia di chi ha capito che desiderare è meno rischioso che restare. E intanto le notti passavano, tenute a bada da una brama confusa, imprecisa, ma ostinata. Un desiderio che non chiedeva più di essere consumato, solo riconosciuto. Che trovava sfogo contro un cuscino umido di rabbia e immaginazione, come se il corpo sapesse prima della testa. Non sapevamo nemmeno come suonasse la nostra voce al mattino, quella voce incrinata che viene fuori prima di ricordarsi chi si è. Eppure ci bastava. Ci bastava non sapere. Non sapere come ci saremmo chiamati, se davvero ci saremmo riconosciuti girandoci all’improvviso, trovandoci a un passo, con la naturalezza delle cose inevitabili.
Perché amarsi in carne ed ossa — l’ho capito tardi — non è un lusso, ma una necessità. Una di quelle che sarebbe opportuno trattare con la stessa serietà con cui si trattano le malattie ereditarie o le scelte irreversibili. Ma io ho sempre avuto un talento particolare per complicare ciò che era già chiaro. Ho detto cose bellissime e poi sono scappato. Mille volte. Ho spinto dove non sapevo perdonare. Ho ferito per paura di restare. E ho continuato a farmi del male come se fosse un’abitudine appresa, non una scelta.
La notte, però, non ha mai smesso di suonare la sua musica. Una musica che il giorno non capisce, che giudica inutile, e che invece contiene tutto ciò che di vero ci è concesso. In quella musica c’era l’unica cosa degna di nota di tutta una vita, e io non ho saputo restare nemmeno per dovere. Nemmeno per gratitudine. Ho amato la strada mentre camminavo. Ho amato una via sconosciuta, al buio. Ho amato l’allontanarmi più di ogni possibile ritorno.
Eppure — ed è qui che la storia comincia davvero — verrò a prenderti. Non a metà strada. Non per risparmiare fatica o dolore. Verrò a prenderti come si corre quando si è già stanchi, quando la saliva si fa amara e il petto si ribella all’aria. Verrò a prenderti fino all’ultima attesa, quella che vale tutte le altre. Ti vedrò prima ancora di vederti. Con un vestito a fiori, leggero e stropicciato, come quelli che si indossano controvoglia. Ti immaginerò appoggiata allo stipite, una mano già pronta alla fuga, le labbra segnate dal nervosismo. E negli occhi — lo so — ci saranno tutti i colori che non ho saputo abitare: il viola del peccato, il verde della realtà mancata, l’azzurro del sonno perduto. E infine i tuoi occhi veri. Quelli della sorpresa, del dubbio, della pazienza. Della follia gentile di chi resta.
Ci terremo la mano come se non fossero le rotaie a guidarci, ma le nostre gambe. Quelle gambe che non si sono mai stancate davvero, solo distratte. Gli altri passeggeri sorrideranno, perché è impossibile non sorridere davanti a due che cercano, goffi e seri, di non perdersi ancora.
Dire tutto questo ad alta voce sarà l’impresa più difficile. Le parole, quando devono diventare carne, tremano. Ma so che, finalmente, potrò liberare le braccia. Una volta sola. Una volta per sempre.
Queste cose — e molte altre — accadranno. Saranno indimenticabili. O almeno così mi piace credere, mentre resto ancora un attimo qui, a guardare ciò che ho appena scritto, come si guarda un posto che si è abitato a lungo.
Però domani c’è lavoro.
E allora ripongo la penna, metto via gli appunti, e aggiungo questi fogli appena scritti nella cartella infinita di un romanzo che non smetterò mai di scrivere.