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Il mare dove finiscono le frasi non dette…

C’è stato un periodo in cui avevo paura del mare. Non di quello delle cartoline, azzurro e rassicurante, ma di quello vero, quello che non finisce mai e che non ti promette niente. Quello dove, se lasci andare una parola, non torna più indietro. Rimane lì, sospesa, o affonda piano, senza fare rumore.
Mi capitava di pensarci spesso, a quel mare. A quanto fosse simile a certi silenzi. A quelle frasi che ti giri in testa per giorni e poi non dici. A quelle che nascono già stanche, come se sapessero in anticipo che nessuno le aspetta davvero. Sulle sue onde si infrangono anche le parole belle, quelle sussurrate, quelle che avrebbero voluto restare. Il rollio le prende, le culla un attimo e poi le lascia andare, storte, svuotate, irriconoscibili.
Non è un mare enorme, in fondo. È piccolo, compatto, ostinato.
Eppure ha una forza strana, educata quasi. Non ti spinge, non ti urla addosso. Ti invita. Con pazienza. Ti dice che puoi fermarti, che puoi smettere di provare, che tanto il movimento delle mani è inutile, che l’insistenza è solo un modo elegante di stancarsi. Ci resti dentro per un po’. All’inizio per qualche ora, poi per giorni interi. Poi ti accorgi che sono mesi che non nuoti più davvero, che stai solo tenendo la testa a galla, con i polsi stretti in corde invisibili. Le stesse mani che un tempo tagliavano l’aria con rabbia, con urgenza, adesso fanno gesti piccoli, cauti, quasi scusandosi.
La cosa più sorprendente è che questo mare non ti insegue.
Non ne ha bisogno.
Sa che, ovunque tu vada, prima o poi ti affaccerai su un foglio bianco. E lui sarà già lì. In silenzio. Con quell’aria da vicino di casa che sembra innocuo, disponibile, sempre pronto a darti un consiglio non richiesto. Uno che sa essere gentile quando serve e feroce quando inciampi.
È un contrabbandiere esperto. Ti vende dubbi spacciandoli per prudenza. Ti offre la resa chiamandola equilibrio.
È il sasso sul sentiero quando stai camminando bene. La corda tesa quando inizi a fidarti. Il chiodo sotto la ruota proprio il giorno in cui avevi deciso di partire.
A volte penso che la nostra città personale sia fatta così: porte chiuse, chiavi dimenticate, strade che sembrano libere e poi si interrompono senza avvisare. E lui è lì, sempre a ricordarti dove hai sbagliato strada, dove avresti potuto fare meglio, dove avresti dovuto fermarti prima.MEppure, nonostante tutto, ogni tanto succede qualcosa. Una frase rimane a galla. Un pensiero non affonda. Una mano, quasi senza accorgersene, torna a muoversi come prima. Non per vincere il mare, non per sfidarlo. Solo per attraversarlo un po’ più in là del solito.
Forse scrivere è questo: non smettere di entrare in acqua anche quando fa paura. Sapendo che il mare resterà maledetto. Ma che, a volte, lo siamo molto di più quando restiamo a riva.

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