
C’è una differenza che molti fingono di non vedere, forse perché nominarla costringerebbe a togliersi di mezzo.
È la differenza tra sapere e saper insegnare.
La prima è una forma di quiete: si accumula, si protegge, si amministra.
La seconda è un gesto: espone, consuma, prende posizione.
Insegnare non viene da un vago “trasmettere”. Viene da insignire: segnare dentro, imprimere, lasciare un marchio.
Non un ornamento, non una spiegazione ben riuscita, ma un’incisione.
Qualcosa che resta anche quando la voce si spegne.
Il sapere può rimanere intatto per tutta una vita senza mai farsi incontro. L’insegnamento no: o lascia un segno, o è solo occupazione del tempo.
Per questo non basta sapere.
Non è mai bastato.
Eppure c’è chi entra in aula armato di conoscenze e convinto che bastino.
Si limita a esporle, a leggerle, a vegliarle come reliquie.
Il testo fa il suo corso, la lezione procede senza scosse, senza attriti.
Nulla viene toccato abbastanza da potersi rompere. Il segno non arriva. Perché insignire richiede di scegliere, non di elencare. Richiede di rischiare una deformazione, un fraintendimento, persino un rifiuto. Richiede presenza.
Ci sono lezioni corrette che non insegnano nulla. Sono pulite, ordinate, ineccepibili.
E proprio per questo non lasciano traccia.
Non feriscono, non interrogano, non chiamano. Poi, come da copione, si pretende.
Si chiede profondità dove non c’è stata incisione.
Si misura ciò che non è mai stato affidato.
Come se il segno fosse un dovere dello studente e non una responsabilità di chi insegna.
Forse il vero equivoco è credere che insignire significhi decorare.
In realtà significa esporsi.
Lasciare qualcosa di sé nel passaggio, assumersene il peso. Perché il sapere che non viene insignito resta intatto.
E ciò che resta intatto, quasi sempre, resta anche inutile. Scivola via, educato, silenzioso.
E nessuno, a distanza di tempo, saprà dire chi glielo abbia mai insegnato.