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Il mare prima dell’insurrezione…

Chi tene ‘o mare
‘O sape ca è fesso e cuntento
Chi tene ‘o mare ‘o ssaje
Nun tene niente

P. Daniele, Chi tene ‘o mare

Il mare, a Napoli, non è mai un fondale. È un parente stretto. Uno di quelli che ti crescono addosso senza chiederti il permesso.
Ti educa prima ancora di parlare: ti insegna a stare a galla, a spingere l’acqua con le braccia, a non avere paura del sale che brucia negli occhi. Ti prende i tuffi, li registra come un archivista paziente, e poi ti restituisce alla luce, ogni volta, con una specie di indulgenza.
Il mare è stato un tutore severo ma giusto. Ha dato lezioni pratiche: il dolore improvviso della tracina sotto il piede, il morso chiuso della murena come una parentesi che non sai riaprire. Esperimenti sul corpo, senza teoria. Poi qualcosa si è incrinato. Il mare ha cominciato a portare addosso un peso che non gli avevamo mai visto. Non più solo sale e alghe, ma nomi senza voce. Corpi che il fondale accarezza fino a disfarsi, come se anche l’acqua avesse imparato a consumare invece che custodire. Bambini, donne.
La superficie, oggi, è anche un lenzuolo steso troppo in fretta.
Da lontano sembra una pianura: liscia, quasi docile. Sotto, invece, è una catena montuosa che non chiede permesso. Abissi che tengono memoria di quando il mare ha spinto la terra verso l’alto, le ha regalato le montagne come confini improvvisati con il cielo. Ogni tanto pare ricordarsene. E si pente. Si pente di avere lasciato fossili, conchiglie, coralli incastonati nelle rocce come promesse mantenute a metà. Allora torna a riprendersi tutto. Si solleva, si organizza, schiera le onde come eserciti mal convinti ma determinati. Contro le terre emerse. Contro di noi.
Surriscaldato, monta il livello come un atleta prima dello scatto: petto in fuori, respiro trattenuto. Poi espelle tutto insieme. Senza misura. Senza distinzione.
Il mare, adesso, somiglia a una folla raccolta in piazza un’ora prima dell’insurrezione. Non ha ancora lanciato niente, ma lo senti: il brusio, la tensione, quel silenzio sbagliato che viene prima del primo colpo. E noi, che siamo cresciuti con i piedi nell’acqua, continuiamo a chiamarlo casa.
Anche quando non sappiamo più se sta per abbracciarci o travolgerci.

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