
C’è una strana liturgia che si ripete ogni anno, puntuale come il caldo che arriva prima del calendario. Si chiama esame di maturità, ma di maturo, a guardarlo bene, conserva giusto l’imbarazzo.
Per mesi – a volte per anni – i due docenti interni spiegano, insistono, correggono, interrogano. Si affaccendano tra registri elettronici e facce stanche, tra verifiche scritte e orali che già dicono tutto. Misurano, pesano, sbagliano e correggono. Fanno il loro mestiere: insegnano e valutano.
Poi arriva giugno. E improvvisamente quel lavoro lungo, paziente, quotidiano, viene compresso. Come un file zippato male. Un anno, o cinque, ridotto a un numero. Un voto che pretende di essere sintesi, quando è solo riassunto frettoloso.
Passano due settimane. Le stesse persone. Le stesse domande. Le stesse risposte, a volte perfino le stesse battute. Si finge che qualcosa sia cambiato, ma è solo il tavolo ad avere una tovaglia diversa.
E lì accade il piccolo miracolo burocratico: chi sapeva, continua a sapere. Chi arrancava, arranca con maggiore ansia. Nessuna rivelazione, nessuna epifania. Solo la messinscena dell’importante, che serve più a chi guarda che a chi sostiene. L’esame di maturità è questo: una replica generale spacciata per debutto. Un rito che rassicura l’istituzione e lascia indifferente la realtà. Un passaggio simbolico che non misura il percorso, ma lo ignora elegantemente per celebrare il finale. Forse non è inutile per chi ha bisogno di chiudere un cerchio. Ma per chi ha vissuto ogni giorno di quel cerchio, è solo un déjà-vu con la cravatta.
E alla fine, mentre si applaudono i risultati, resta una domanda sottile, quasi educata: se la maturità è un processo, perché continuiamo a fingere che basti un pomeriggio per certificarla?
Boh!
Forse è solo un’altra tradizione a cui abbiamo smesso di fare domande, per non rischiare di doverle cambiare davvero.