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Per restare…

Ci sono cose che volano senza alcuna ambizione. Volano perché restare a terra sarebbe una forma di malinteso. Non hanno un progetto, non cercano un applauso, non compilano moduli per il decollo. Semplicemente: si sollevano.
I palloncini, ad esempio, non salgono per sfida ma per ingenuità. Gli aquiloni per fiducia. Gli albatri per mestiere antico. I gabbiani per distrazione. Le buste di plastica per errore umano, eppure — a guardarle bene — con una grazia che ci mette in imbarazzo. Le foglie per stanchezza dell’albero. La sabbia e la polvere perché il mondo, ogni tanto, ha bisogno di ricordarsi com’è essere leggero.
C’è una pioggia che vola solo quando il vento è cattivo e il cielo scuro come un pensiero non detto. È la pioggia che, se fossi in casa, mi farebbe appoggiare la faccia ai vetri per controllare che qualcuno, da qualche parte, stia vivendo lo stesso identico momento. Per non sentirmi solo nella stanza.
Poi ci sono gli aerei. Volano, sì. Ma trasportano esseri umani che non stanno volando: si stanno spostando. È diverso. L’uomo non vola mai davvero. Ha bisogno di arrivare, di partire, di accumulare distanza. Volare, per lui, sarebbe restare sospeso senza una scusa. E questo lo terrorizza.
Volano anche le cose che devono arrivare in tempo: i fogli di carta, le parole dette male, le risposte che arrivano tardi ma sembrano giuste solo perché sono in aria. Il fumo delle sigarette, quello degli incendi, entrambi incapaci di restare. La luna — che non si muove, dicono — ma solo perché nessuno ha il coraggio di ammettere che anche ciò che sembra fermo, in realtà, sta scappando.
Volano le mani quando riescono a toccare chi, altrimenti, sarebbe distante sei ore di viaggio e una quantità imprecisata di silenzi. Volano le cose che ignorano la gravità, come nei cartoni animati: camminano nel vuoto finché non se ne accorgono. Poi cadono. Ma per un istante hanno avuto ragione loro.
Ci sono cose che volano. Altre che fuggono. Molte che restano immobili per paura di inciampare. Qualcuna inciampa e ringrazia. Qualcuna cade e si accorge che non era poi così grave.
Volano le canzoni ascoltate troppo forte. I capelli rimasti su un cappotto dopo un abbraccio distratto. Gli odori che si perdono per strada. Le promesse solo pensate. I desideri che non hanno ancora imparato a pesare.
E poi le mani. Le mie. Quando le cercavi, senza guardare davvero, come si cercano le cose che si conoscono a memoria. Non era un gesto necessario, né urgente. Era solo giusto. Mi piace ricordarlo così: un movimento breve, quasi distratto, che però sapeva esattamente dove andare. In quel momento — senza alcun bisogno di spiegazioni, e in aperta disobbedienza a ogni principio noto — io non stavo più in piedi. Non volavo per andare altrove. Volavo per restare.

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