
C’è una crudeltà gentile, in quella battuta di Sciascia. Una di quelle che non alzano la voce, ma fanno rumore a lungo. «L’italiano – dice il professor Franzò – non è l’italiano: è il ragionare». Non è un paradosso: è una sentenza.
In Una Storia semplice, Sciascia mette in scena un equivoco che conosciamo bene. L’idea che l’italiano sia una materia come le altre, un ostacolo da superare a scuola, un esercizio di stile per anime sensibili o professori nostalgici. Qualcosa che, se va male, pazienza: la vita troverà comunque una strada.
E invece no.
Perché l’italiano — e qui Sciascia è spietatamente lucido — non è il vocabolario, non è la grammatica, non è nemmeno la letteratura. L’italiano è il luogo in cui il pensiero prende forma. È il laboratorio in cui le idee vengono pesate, ordinate, messe in fila. È il modo in cui impariamo a distinguere una causa da una conseguenza, un’ipotesi da un fatto, un’opinione da un ragionamento. Si può arrivare molto in alto anche senza tutto questo. Lo vediamo ogni giorno. Ma quanto più in alto si sale, tanto più diventa evidente il vuoto sotto le parole.
Sapersi esprimere non è un vezzo estetico. È una forma di onestà intellettuale. Dire bene significa pensare meglio. Non per essere eleganti, ma per essere chiari. Prima con se stessi, poi con gli altri. Chi non trova le parole giuste spesso non ha ancora trovato il pensiero giusto — e non sempre se ne accorge. L’italiano, allora, non serve a “parlare bene”. Serve a capire cosa stiamo dicendo. E soprattutto cosa stiamo facendo quando parliamo: se stiamo chiarendo o confondendo, costruendo o nascondendo, assumendoci una responsabilità o evitandola con frasi comode. Forse è questo il punto più feroce della battuta di Sciascia. Non l’umiliazione del magistrato, ma l’idea che si possa esercitare potere, giudizio, autorità senza aver mai davvero allenato il pensiero.
Con meno italiano, dice il professore, si può andare ancora più in alto. Ma più in alto di cosa? E soprattutto: con quali parole, quando arriverà il momento di rendere conto? L’italiano non è una materia. È una postura mentale. È il modo in cui il pensiero impara a stare in piedi.