
Può darsi sia utile dirlo subito, così da non creare equivoci: la scrittura pubblica non è mai più libera di quella privata.
Non lo è perché nasce già in relazione. E la relazione – anche quando è desiderata – è una forma di peso. Una pagina scritta per restare chiusa in un cassetto non deve piacere. Non deve convincere. Non deve sedurre né trattenere. Può permettersi l’errore, l’inciampo, la punteggiatura sbilenca che non cerca grazia ma solo verità. Può aggirarsi tra frasi scomposte come si cammina scalzi in casa, senza preoccuparsi di chi guarda. In quel privato – quando si è nudi davvero – perfino un periodo troppo lungo o un inciso mal chiuso possono scaldare il cuore. Perché non sono lì per essere giudicati: sono lì per essere necessari.
La scrittura pubblica, invece, va al mercato. Espone. Si espone. Cerca corrispondenza del tipo gradito, si sforza di mantenerla, di accrescerla. Non è una schiavitù, no. Ma è una responsabilità che somiglia a un giogo elegante. Scrivere per qualcuno significa sempre modulare il tono, scegliere la posa, coprire la nudità con l’abito ritenuto migliore. Anche quando si crede di essere disinvolti, lo si è dentro una forma.
Mai davvero gratuita, la scrittura pubblica. Mai davvero nuda.
Dà soddisfazioni, certo. L’eco di una frase che trova casa in un altro, il silenzio pieno che segue una parola giusta. Ma chiede molto. Chiede di piacere o di ferire con precisione, di provocare l’effetto desiderato. E in questa ricerca – sottile, quasi impercettibile – qualcosa si sposta. Quanta scrittura si è corrotta inseguendo un applauso, un consenso, un ritorno? E quante volte, nel tentativo di modellare la frase per il lettore, si è finito per modellare anche il pensiero, fino a non riconoscerlo più?
La scrittura privata non ha pubblico, dunque non ha mercato. Ha solo una coscienza.
Forse per questo resta più libera: perché non deve dimostrare nulla. Può fallire senza conseguenze, può essere brutta, può essere vera senza misura. Non cerca relazione: la relazione, semmai, viene dopo, per accidente, per necessità imprevista.
Scrivere in pubblico è un atto civile. Scrivere in privato è un atto vitale. E no, non sono la stessa cosa.
Ah, sì, quasi dimenticavo: la scrittura pubblica non è mai più libera di quella privata.