
L’inverno ha una pazienza che noi non abbiamo.
Resta in disparte, aspetta il momento giusto, poi stende il suo silenzio sulle cose e le trasforma. Anche i laghi, a un certo punto, smettono di muoversi.
Quando ghiaccerà, dici, ci cammineremo sopra.
Non perché qualcuno abbia calcolato lo spessore, non perché esista una garanzia scritta sul margine del freddo. Ma perché tu mi dirai: “Vieni”. E io verrò.
La fiducia non è una forma di incoscienza. È un patto sottile: una linea invisibile che tiene più del ghiaccio. Non cancella il rischio, lo attraversa. Non nega la paura, le dà una misura.
Stanotte ho aperto gli occhi nel cuore buio delle ore.
La casa respirava piano. Da qualche parte, profondamente, tu dormivi. Ho pensato che l’amicizia somiglia a questo scambio muto: uno veglia mentre l’altro riposa; uno teme, l’altro custodisce. E poi si invertono i ruoli, senza bisogno di dirlo.
Non so quando arriverà il freddo.
Forse sarà improvviso, forse lento come una decisione maturata in silenzio. So soltanto che verrà un giorno in cui il mondo sembrerà sottile sotto i piedi, e ogni passo avrà quel suono secco che fa il ghiaccio quando sopporta il peso.
E allora cammineremo. Non perché il lago sia sicuro. Ma perché avremo scelto di esserlo noi, l’uno per l’altro.
Se mi dirai che non c’è pericolo, ti crederò. Se mi dirai che c’è, verrò lo stesso.
Perché l’amicizia non è promettere che il lago terrà.
È promettere che, se si aprirà, ci tenderemo la mano prima ancora di cadere.