
Ci sono immagini che non chiedono spiegazioni, solo silenzio. Una candela accesa nella notte e una farfalla che le gira intorno. Non per distrazione, non per errore: per attrazione.
Salvatore Di Giacomo prende quell’immagine e la lascia sospesa tra ammonimento e tenerezza. Non giudica Carolina, non la condanna. Le parla come si parla a qualcuno che si vuole salvare senza umiliarlo. “Vatténn’a lloco”, le dice. Ma dentro quella voce c’è già la consapevolezza che non servirà. Perché ‘al cuor non si comanda’. Renato Caccioppoli, matematico inquieto e lucidissimo, lo ripeteva con la stessa naturalezza con cui scriveva formule. È una frase che sembra semplice e invece contiene una resa: possiamo governare la ragione, forse persino il comportamento. Non il cuore. La palomma lo sa. O forse non sa nulla, ma sente. E sentire basta.
Gira intorno al lume come chi gira intorno a una promessa. Ogni volta un poco più vicino. Ogni volta un poco più convinta che il calore sia luce e la luce sia destino. E intanto qualcuno, da fuori, osserva e ammonisce. Ma l’ammonimento è sempre un atto esterno; il desiderio è interno, radicale, irriducibile.
La storia stessa della canzone sembra imitarne il volo: nasce da una poesia veneta, “La pavegia” di Vittoria Aganoor Pompilj, attraversa la traduzione, cambia lingua, cambia musica, si lascia modellare dalla melodia di Francesco Buongiovanni. Come se anche le parole, per esistere davvero, dovessero avvicinarsi a una fiamma e rischiare di trasformarsi.
Non è una canzone sulla leggerezza, allora. È una canzone sulla fedeltà al proprio impulso.
E forse l’unica vera imprudenza non è avvicinarsi troppo alla candela, ma fingere di non vederla. Fingere di non sentire quell’attrazione che ci spinge, ostinata, verso ciò che può illuminarci o consumarci.
La palomma continua a girare. Il lume resta acceso. E noi, tra un ammonimento e una resa, impariamo che certe ustioni non sono errori: sono scelte.