Basta ’na jurnata ’e sole…

La mattina ha una luce diversa. Non consola: promette. Siamo andati, oggi, al nostro parco.
Non uno qualunque. Quello dove li portavo quando le loro mani stavano intere dentro la mia. Dove correvano senza misura, inciampando nell’erba come se il mondo fosse solo una rincorsa. Ventuno anni il primo, sedici il secondo. Eppure, in quel perimetro di alberi e panchine, il tempo non procede in linea retta: si arrotola, torna, fa capriole.
Basta ’na jurnata ’e sole”, canta Pino Daniele. E non è un verso ingenuo. È una teoria minima della felicità. Non abbiamo corso, stamattina. Abbiamo parlato. Parole lunghe, distese, senza l’ansia di dover arrivare a una conclusione. Il grande con le sue domande già adulte, i progetti, le esitazioni che non confessa a tutti. Il più giovane con quella serietà intermittente, capace di profondità improvvise e poi di leggerezza assoluta. Io in mezzo, non più regista, ma spettatore partecipe di due uomini che stanno diventando ciò che saranno.
Nel nostro parco si sente ancora l’eco delle rincorse di un tempo. Ma oggi c’era un’altra musica: quella dei pensieri condivisi.
Je te vulesse dà…
Mi è tornato in mente quel desiderio ostinato di dare. Dare strumenti, dare coraggio, dare la possibilità di cambiare colore alle giornate senza avere paura. E ho capito che, forse, a questa età non si tratta più di dare. Si tratta di restare. Restare accanto mentre scelgono, mentre sbagliano, mentre capiscono da soli.
Il sole cadeva obliquo sui vialetti. Non faceva caldo, faceva chiarezza.
Le settimane hanno il loro grigio: impegni, orari, responsabilità. La vita adulta è una sequenza di cieli coperti che non fanno rumore. Poi arriva una mattina libera, concessa quasi per distrazione, e ti ritrovi seduto su una panchina che conosci da vent’anni. Accanto, due presenze che non sono più bambini e non sono ancora del tutto lontane.
Ma basta ’na jurnata ’e sole / pe putè parlà.” È questo.
Parlare. Senza dover educare per forza. Senza dover correggere. Solo ascoltare. E scoprire che gli equilibri perduti non erano perduti: stavano aspettando una tregua per riallinearsi.
Il nostro parco è diventato un archivio vivente. Ogni albero conserva una versione di noi. Ogni panchina sa qualcosa che altrove dimentichiamo. Non serve molto per spezzare la monotonia. Non serve un viaggio, non serve un evento straordinario. Basta una mattina di sole. Basta tornare in un luogo che ha custodito la nostra storia. Basta accettare che la felicità non è euforia, ma quiete condivisa.
Quando siamo andati via, non c’era nulla di epico. Solo una calma buona addosso.
Domani torneranno i cieli pratici, le agende, le scadenze. Ma dentro resta questa luce semplice: tre figure che camminano nello stesso parco di sempre, un po’ diverse, un po’ uguali. E la certezza sottile che, ogni tanto, davvero basta ’na jurnata ’e sole.

Le cose…

Le cose non sono mai soltanto cose. Sono attese che prendono corpo, omissioni che restano sospese nell’aria come polvere in controluce, desideri che si ostinano a bussare anche quando fingiamo di non essere in casa.
Esistono le cose che desideri, e poi quelle – più rare, più pericolose – che sembrano desiderare te. Ti cercano nei pensieri distratti, nelle pause tra una frase e l’altra, nei silenzi che non hai il coraggio di riempire. Non hanno forma precisa, e forse è proprio per questo che fanno paura: perché non puoi delimitarle, non puoi metterle in un cassetto e chiamarle con un nome definitivo. Alcune cose non esistono, eppure occupano spazio. Stanno tra le costole, sotto la pelle, negli occhi quando guardi altrove. Sono ipotesi, possibilità, strade che non hai imboccato e che continuano a camminarti accanto come ombre educate. Altre, invece, esistono fin troppo: ingombranti, rumorose, perennemente fuori posto. E tu a spostarle, a ricollocarle, a tentare una geometria che tenga insieme cuore e ragione.
Ci sono cose che salgono pareti ripide senza motivo apparente, che sfidano la gravità della logica. Crescono in silenzio, come l’edera sui muri antichi. Non chiedono permesso. Non temono punti fermi. Preferiscono le virgole, le sospensioni, le frasi lasciate a metà. Sono le cose che non finiscono nemmeno quando vorresti chiuderle, quelle che iniziano per errore e poi pretendono di essere prese sul serio. E poi le cose umide, madide, odorose di notti insonni. Quelle che restano attaccate addosso come un profumo che non vuoi lavare via. Immobili, eppure indomabili. Ti tengono sveglio non perché facciano rumore, ma perché respirano. Hanno un ritmo tutto loro, una testardaggine dolce e crudele insieme.
Ci sono le cose non dette. Le tue. Le mie. Quelle che avremmo potuto pronunciare con un filo di voce e che invece abbiamo lasciato sedimentare. Ogni verso trattenuto, ogni sospiro interrotto, ogni collera mascherata da ironia. Sono cose anche queste. Forse le più vere. Perché non hanno dovuto dimostrare nulla a nessuno, nemmeno a noi stessi.
Si potrebbe continuare per ore, giorni, mesi, vite – se ne avessimo più d’una da spendere. A catalogarle, a descriverle, a rincorrerle come se nominarle fosse un modo per possederle. Ma la verità è che non so bene che forma abbiano. Non so se siano rotonde come un abbraccio o taglienti come una decisione presa troppo tardi. So soltanto che, ora, in questo istante, vorrei afferrarle con le mani. Tenerle strette. Impedire che scivolino via come acqua tra le dita. Vorrei sottrarle al tempo, al dubbio, alla paura. Trattenerle qui, dove batte il cuore, e dir loro: restate.
E non so nemmeno bene perché. Forse perché, in fondo, siamo fatti anche noi di cose. Fragili, ostinate, imperfette. E tremendamente vive.