
Le cose non sono mai soltanto cose. Sono attese che prendono corpo, omissioni che restano sospese nell’aria come polvere in controluce, desideri che si ostinano a bussare anche quando fingiamo di non essere in casa.
Esistono le cose che desideri, e poi quelle – più rare, più pericolose – che sembrano desiderare te. Ti cercano nei pensieri distratti, nelle pause tra una frase e l’altra, nei silenzi che non hai il coraggio di riempire. Non hanno forma precisa, e forse è proprio per questo che fanno paura: perché non puoi delimitarle, non puoi metterle in un cassetto e chiamarle con un nome definitivo. Alcune cose non esistono, eppure occupano spazio. Stanno tra le costole, sotto la pelle, negli occhi quando guardi altrove. Sono ipotesi, possibilità, strade che non hai imboccato e che continuano a camminarti accanto come ombre educate. Altre, invece, esistono fin troppo: ingombranti, rumorose, perennemente fuori posto. E tu a spostarle, a ricollocarle, a tentare una geometria che tenga insieme cuore e ragione.
Ci sono cose che salgono pareti ripide senza motivo apparente, che sfidano la gravità della logica. Crescono in silenzio, come l’edera sui muri antichi. Non chiedono permesso. Non temono punti fermi. Preferiscono le virgole, le sospensioni, le frasi lasciate a metà. Sono le cose che non finiscono nemmeno quando vorresti chiuderle, quelle che iniziano per errore e poi pretendono di essere prese sul serio. E poi le cose umide, madide, odorose di notti insonni. Quelle che restano attaccate addosso come un profumo che non vuoi lavare via. Immobili, eppure indomabili. Ti tengono sveglio non perché facciano rumore, ma perché respirano. Hanno un ritmo tutto loro, una testardaggine dolce e crudele insieme.
Ci sono le cose non dette. Le tue. Le mie. Quelle che avremmo potuto pronunciare con un filo di voce e che invece abbiamo lasciato sedimentare. Ogni verso trattenuto, ogni sospiro interrotto, ogni collera mascherata da ironia. Sono cose anche queste. Forse le più vere. Perché non hanno dovuto dimostrare nulla a nessuno, nemmeno a noi stessi.
Si potrebbe continuare per ore, giorni, mesi, vite – se ne avessimo più d’una da spendere. A catalogarle, a descriverle, a rincorrerle come se nominarle fosse un modo per possederle. Ma la verità è che non so bene che forma abbiano. Non so se siano rotonde come un abbraccio o taglienti come una decisione presa troppo tardi. So soltanto che, ora, in questo istante, vorrei afferrarle con le mani. Tenerle strette. Impedire che scivolino via come acqua tra le dita. Vorrei sottrarle al tempo, al dubbio, alla paura. Trattenerle qui, dove batte il cuore, e dir loro: restate.
E non so nemmeno bene perché. Forse perché, in fondo, siamo fatti anche noi di cose. Fragili, ostinate, imperfette. E tremendamente vive.