Certe forme di convivenza sono talmente silenziose da sembrare naturali. Accadono senza clamore, si installano con discrezione, promettono equilibrio. Non vogliono distruggere, almeno non subito. Anzi: hanno tutto l’interesse che ciò che le ospita resti in piedi, respirante, funzionante. Un corpo morto non nutre nessuno.
Esiste una maniera sottile di intendere la salute. Non quella piena, luminosa, vigorosa. Ma una salute calibrata, misurata al milligrammo. Quanto basta per continuare a dare. Quanto serve per non crollare. Non un grammo di più. Perché troppa forza rende indipendenti. E l’indipendenza è pericolosa.
L’equilibrio, in certe relazioni, non è armonia: è dosaggio. Una sottrazione costante, ma mai definitiva. Si prende senza far troppo rumore, si consuma senza lasciare segni evidenti, si resta agganciati finché l’altro non distingue più dove finisce il proprio corpo e dove inizia ciò che lo consuma.
Col tempo, l’abitudine fa il resto. Ci si convince che quella presenza sia parte di sé. Una piccola imperfezione inevitabile. Un dettaglio. Una consuetudine. E si smette di reagire non perché non faccia male, ma perché reagire costerebbe troppo. C’è un momento, poi, in cui ogni tentativo di liberazione appare rischioso. Togliere ciò che consuma significherebbe strappare anche un pezzo di sé. E allora si resta così, in una forma di coesistenza che qualcuno potrebbe perfino chiamare simbiosi. Con un certo compiacimento collettivo. È sorprendente quanto sia sottile il confine tra cura e sfruttamento, tra protezione e controllo. Basta spostare di poco il punto di vista e ciò che sembrava tutela diventa dipendenza, ciò che sembrava equilibrio diventa calcolo. Forse la vera salute non è quella che permette di sopravvivere appena. È quella che concede margine. Forza sufficiente per grattarsi via ciò che non ci appartiene, anche se fa male, anche se sanguina un po’. Perché vivere non è semplicemente restare in piedi. È poter scegliere cosa tenere addosso.
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