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…la domanda di uno studente

Per caso, in mezzo a una lettura che non avevo nemmeno cercato davvero, mi è capitata davanti un’intervista a Giovanni Jona-Lasinio. Una di quelle cose che apri senza aspettarti nulla: qualche riga, un po’ di biografia, il tono tranquillo di chi ha attraversato una vita di pensiero e non ha più bisogno di alzare la voce. Poi, a un certo punto, arriva una frase. E fa quella cosa precisa che sanno fare solo le frasi autentiche: non si limita a “dire”, si posa. Non suona come una dichiarazione. Non ha la postura di chi vuole insegnarti qualcosa. Non sembra nemmeno un aforisma. È più simile a una confessione detta con pudore, quasi a mezza voce, come se l’intervistato stesse parlando prima di tutto a sé stesso.

Quando ho cominciato a insegnare mi sono reso conto di una cosa fondamentale: il ruolo degli studenti nel far maturare l’insegnante tramite le loro domande.

Ecco. Qui dentro c’è una piccola rivoluzione che la scuola pronuncia di rado, perché è una rivoluzione che sposta il baricentro. E quando sposti il baricentro, qualcuno perde il privilegio di stare sempre “sopra”. Perché noi siamo cresciuti con un’immagine quasi liturgica dell’insegnante: colui che sa, colui che guida, colui che illumina. L’aula come una navata, la cattedra come un altare, la lavagna come una parete su cui si depositano verità. E invece quella frase dice il contrario: dice che la maturazione non avviene malgrado gli studenti, ma attraverso di loro. Dice che l’insegnamento non è una trasmissione, è un’urgenza che ti viene restituita addosso.
La domanda di uno studente è un oggetto strano: non è mai soltanto un’informazione richiesta. È un test. È un’incudine. È un piccolo urto contro l’assetto che ti eri costruito. A volte è ingenua, a volte è laterale, a volte è addirittura irritante. Ma quasi sempre ha una proprietà meravigliosamente spietata: mette a nudo dove ti sei seduto. Dove hai iniziato a ripeterti. Dove hai trasformato un concetto in rito, una spiegazione in liturgia, un esercizio in rosario. E lì capisci che non esiste insegnante che non sia, in qualche misura, un apprendista. Solo che alcuni lo confessano. Altri lo mascherano.
Jona-Lasinio racconta di quel momento in cui ha iniziato a dire la cosa più disarmante e più pulita che un docente possa dire: “Ci penso e ve lo dirò la prossima volta.” È una frase che, per come siamo stati educati, sembra pericolosa. Sembra un’ammissione di debolezza. Sembra una crepa nell’autorità. E invece è l’inizio dell’autorità vera.
Perché l’autorità non nasce dall’onniscienza. Nasce dalla fiducia. E la fiducia, in classe, è una valuta rarissima: te la guadagni non quando rispondi sempre, ma quando non menti mai. Quando non fai l’acrobata per non cadere. Quando non baratti la tua immagine per un applauso silenzioso. Quando scegli, davanti a venti occhi che ti misurano, di essere umano e non monumento. Il punto è che lo studente sente tutto. Sente la finta sicurezza, sente il giro largo, sente la frase che scivola via per non incontrare il nodo. Lo studente non ha sempre le parole per dirlo, ma ha un radar finissimo per riconoscere la verità e la sua caricatura. E quando capisce che tu non lo stai ingannando, succede una cosa semplice e potentissima: smette di difendersi. Inizia, finalmente, a fare quello per cui la scuola dovrebbe esistere: rischiare una domanda. Una classe che non domanda è una classe che sta sopravvivendo. Una classe che domanda è una classe che sta vivendo. E qui arriva l’altra parte, quella che fa male: quante volte abbiamo trattato le domande come interruzioni? Come deviazioni? Come perdita di tempo? Quante volte abbiamo preferito “andare avanti col programma” invece di fermarci dove la mente di uno studente aveva trovato un ostacolo reale, vivo, sensato?
Il programma è un treno, sì. Ma l’apprendimento è più simile a una strada di campagna: se non ti fermi quando qualcuno vede qualcosa, finisci per attraversare il paesaggio senza averlo mai guardato. La maturazione dell’insegnante avviene esattamente lì: nel momento in cui accetti che non sei solo tu a condurre. Che la tua preparazione non è una torre da cui parli, è un terreno che si riassesta continuamente sotto i passi di chi ti segue. Che il tuo sapere non è un possesso, è una responsabilità: renderlo abitabile, e quando non lo è, chiederti perché. Ed è in questo senso che gli studenti “maturano” l’insegnante: perché ti costringono a rientrare nel reale. Ti impediscono di vivere nella frase perfetta che hai ripetuto mille volte. Ti riportano alla materia grezza: l’incomprensione, l’intuizione improvvisa, l’errore necessario, la paura di esporsi. Ti obbligano a ricordare che insegnare non è eseguire una lezione: è incontrare menti che stanno imparando a stare al mondo.
E poi c’è un dettaglio che mi sembra enorme, anche se sta in un angolo: lui dice “ho cercato, e imparato, ad essere onesto con loro”. Non dice “ad essere bravo”, non dice “ad essere efficace”, non dice “ad ottenere risultati”. Dice “onesto”. Come se l’etica venisse prima della didattica. Come se la scuola, prima di essere un luogo di contenuti, fosse un luogo di relazione. Che è un pensiero quasi scandaloso, oggi, nell’epoca in cui tutto deve essere misurabile, certificabile, spendibile. Ma la scuola non è una fabbrica di prestazioni. È un posto in cui le persone si incontrano mentre diventano persone. E l’onestà è il primo modo per dire a qualcuno: “Ti vedo. Non ti sto usando.”
In fondo, l’essere insegnante è questo: accettare che l’aula non è un palco. È un patto. Un patto per cui tu ti prendi cura del sapere, sì, ma anche del modo in cui quel sapere attraversa chi hai davanti. E ti prendi cura perfino del diritto di non sapere, quando quel non sapere è l’inizio di una ricerca vera.
Forse la frase più importante di tutte, qui, è implicita: l’insegnante non “si forma” una volta per tutte. L’insegnante si forma ogni giorno, sotto forma di domanda. E se è vero, allora gli studenti non sono destinatari: sono coautori. Sono la parte viva che impedisce al docente di diventare un archivio.
E allora sì: dovremmo dirlo più spesso, anche solo a noi stessi, nei giorni in cui ci sentiamo stanchi, o svuotati, o meccanici. Che forse la cosa più bella della scuola è questa strana reciprocità: tu entri per insegnare e, senza accorgertene, ti ritrovi a imparare il mestiere di essere umano. Ogni volta da capo..

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