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Scrivo…

Scrivo quando il rumore dentro diventa troppo fitto e non trovo più spazio per respirare.
Scrivo quando le domande si accavallano, quando le risposte fanno finta di non vedermi, quando perfino i silenzi pesano più delle parole. Non è un gesto eroico, non è letteratura.
È un atto minimo di sopravvivenza.
Le frasi arrivano una dopo l’altra, ordinate come passi su un sentiero che fino a un attimo prima non c’era. Ogni periodo sistema qualcosa. Ogni virgola rallenta il battito. Ogni punto fermo è una piccola tregua concessa al cuore.
Scrivere è il mio modo di mettere in fila ciò che dentro preme e spinge, ciò che non ha ancora un nome ma reclama un posto. È il tentativo paziente di dare una forma a ciò che forma non ha. Perché quando qualcosa resta indistinto, informe, diventa più grande di noi. Quando invece lo guardi, lo chiami, lo descrivi, si ridimensiona. Non scompare, ma diventa abitabile.
Ci sono pensieri che non chiedono di essere risolti, solo compresi.
Ci sono ferite che non pretendono una cura immediata, ma una luce che le attraversi.
La scrittura è quella luce sottile.
Mentre le parole si dispongono, qualcosa si scioglie. Non tutto. Non sempre. Ma abbastanza da permettermi di restare. Di non fuggire. Di non fingere. Scrivere è un modo elegante di restare fedeli a se stessi senza fare troppo rumore. È un gesto lieve che tiene insieme i pezzi quando sembrano voler andare ognuno per conto proprio.
A volte rileggo e mi accorgo che non cercavo una risposta: cercavo una distanza. Mettere nero su bianco è spostare fuori da sé ciò che altrimenti occuperebbe tutto lo spazio interno. È fare ordine non per rigidità, ma per dolcezza.
Non scrivo perché ho qualcosa da dire al mondo.
Scrivo perché ho bisogno di ascoltarmi.
E in quel dialogo silenzioso, tra me e la pagina, accade una cosa semplice e preziosa: smetto di essere un ammasso confuso di emozioni e divento una storia che posso attraversare. Non perfetta, non conclusa. Ma mia. E questo, a volte, basta.

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