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Papaveri e Papere…

C’è un momento, quando ti viene affidato un palco, in cui non stai più parlando di te. Stai parlando dell’idea che hai di chi ti guarda.
E allora no, non è questione di estetica. Non è questione di ironia. Non è nemmeno questione di “ci siamo voluti divertire”. È una questione di statura.
Quando hai tra le mani il luogo simbolico dove un Paese si raduna – e non capita spesso – non puoi permetterti di sembrare uno che ha scoperto l’intelligenza artificiale ieri sera su un tutorial mal tradotto. Non puoi salire sul tetto e sventolare un giocattolo. Il punto non è la trasformazione caricaturale. Il punto è che qualcuno, in una stanza luminosa di presentazioni, ha guardato quella cosa e ha pensato: questo siamo noi. E ha firmato.
Le cose non accadono per caso. Le idee passano di mano in mano. Vengono impacchettate, rivestite di parole come “innovazione”, “vision”, “futuro”. Poi, alla fine, restano nude. E quando restano nude, si vede tutto: la povertà dell’immaginazione, la confusione tra tecnologia e trucco da fiera, l’incapacità di distinguere tra sperimentazione e credibilità. Non è la singola dimostrazione a inquietare. È la filiera che l’ha resa possibile. È il fatto che nessuno, a un certo punto, abbia detto: fermiamoci un attimo. È l’assenza di un filtro culturale prima ancora che tecnico.
In un’epoca in cui chiunque può generare qualcosa di accettabile con un laptop e un po’ di tempo, la differenza non la fa più l’accesso allo strumento. La fa il giudizio. E il giudizio è una cosa lenta. Si costruisce negli anni. Si alimenta di competenze vere, di confronto, di persone che sanno dire no. Soprattutto di persone che non confondono il rumore con il progresso.
Quando chi dovrebbe presidiare l’infrastruttura digitale di un Paese – leggi TIM – inciampa su una rappresentazione così fragile del proprio rapporto con la tecnologia, la crepa non è nello schermo. È nel modo in cui si pensa.
Non è una questione di paperi. È una questione di misura. E la misura, quando manca, non fa ridere. Fa piangere. E fa pure paura.

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