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Dove il colore non serve…

La Sicilia è una parola che sa di luce.
Appena la pronunci, ti si riempiono le mani di gialli, di aranci, di azzurri larghi come un respiro d’estate. È una terra che sembra chiedere di essere fotografata a colori, quasi per educazione.
E invece no.
C’è chi ha scelto di toglierli, quei colori. Di lasciarli fuori campo.
Non per disamore. Non per malinconia.
Per precisione.
Lo sguardo di Letizia Battaglia è uno sguardo che non si concede l’alibi della bellezza. Il bianco e nero, nelle sue mani, non è una nostalgia d’altri tempi: è un atto morale. È come abbassare la voce in una stanza dove qualcuno sta soffrendo. Non si entra facendo rumore.
Ci sono fotografie che vogliono piacere.
E poi ci sono fotografie che vogliono restare.
Le sue appartengono alla seconda specie.
Non cercano l’effetto, ma la verità. E la verità, spesso, non ha bisogno di colore per essere riconosciuta. Anzi, a volte il colore distrae, consola, rende tutto più sopportabile. Il bianco e nero no. Ti lascia davanti a uno sguardo senza protezioni.
E in quegli sguardi c’è di tutto: l’infanzia che gioca in mezzo alle crepe, la dignità che cammina tra palazzi scrostati, il lutto che non fa scena ma pesa. Non c’è compiacimento nel dolore. Non c’è estetizzazione della ferita. C’è una vicinanza che somiglia al rispetto. La macchina fotografica diventa allora una forma di responsabilità. Non un’arma, non un ornamento. Una presenza. Come dire: io vedo, e dunque non permetto che questo scompaia. È curioso pensarlo: amare una terra significa anche accettare di mostrarne le ombre. Forse soprattutto quelle. Non per denunciarla dall’esterno, ma per restarle fedele dall’interno.
Il bianco e nero diventa così una lingua. Una lingua asciutta, che non aggiunge aggettivi inutili. Una lingua che dice: guarda bene.
E guardare bene è già una forma di cura.
Oggi siamo abituati a immagini che gridano, che saturano, che chiedono di essere consumate in fretta. Quelle fotografie, invece, chiedono tempo. Chiedono di sostare. Di lasciarsi attraversare.
Non sono immagini che vogliono essere belle. Sono immagini che vogliono essere giuste. E in quella giustezza, così severa e così limpida, c’è qualcosa di profondamente leggero: la consapevolezza che la realtà, quando è guardata senza trucco, non ha bisogno di essere abbellita per essere amata.

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