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In apnea…

A volte mi sembra di vivere sott’acqua.
Non un’acqua limpida, di quelle che fanno venire voglia di nuotare a occhi aperti. Piuttosto un’acqua densa, che ti entra nelle orecchie e ti restituisce il mondo ovattato, come se tutto accadesse un po’ più lontano di quanto dovrebbe. Allora provo a fare una cosa semplice: leggere quello che scrivo mentre lo scrivo. È un gesto minimo, quasi infantile. Come ricopiare sul quaderno in bella copia per capire se quello che hai pensato regge anche alla luce del giorno. Mettere le parole su carta è il mio modo di tirare fuori il naso dall’acqua. Un attimo solo. Giusto per respirare. Mi dico che ignorerò le opinioni, i colori troppo accesi, i sorrisi messi lì per convenienza. Mi dico che terrò la schiena dritta anche nel fango. Che non confonderò l’acqua con quello che l’acqua trascina. Me lo dico.
La verità è che spesso non ci provo davvero. Resto lì, in apnea, ad ascoltare il cuore che batte troppo forte. A sentire il sangue che corre come se dovesse aprirsi un varco. A cercare volti che non mi appartengono, come se indossare un’espressione diversa potesse salvarmi dalla mia.
E invece no. Non si scappa da ciò che si è, nemmeno sott’acqua.
C’è una forma strana di pace in questo riconoscersi. Non è serenità. È piuttosto un’accettazione quieta: sono quello che non avrei voluto essere, ma sono anche l’unico che posso abitare. E se resto senza fiato, se il respiro si fa corto, forse è solo perché sto ancora imparando a stare a galla senza fingere che il fango sia mare.
Ogni tanto riemergo.
Poco.
Quanto basta per una riga in più.

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