
C’è qualcosa di ostinatamente antico nel modo in cui ci teniamo insieme. Somiglia a un lavoro a maglia fatto senza fretta, con le mani nodose appoggiate sulle ginocchia, davanti a una porta socchiusa che dà su una strada stretta. Non si parla molto, in quei pomeriggi. Si conta. Si infila. Si tira il filo. Un punto dopo l’altro. E intanto la vita passa, e insieme passa il dolore. Non uno dopo l’altro: insieme. Come due fili dello stesso gomitolo che nessuno ha mai avuto il coraggio di separare.
Vivere e soffrire hanno fatto un patto che non abbiamo firmato, ma che rispettiamo con una fedeltà quasi religiosa. È un sodalizio ruvido, poco elegante, che non ama essere nominato. Se lo chiami per nome, suona male. Fa vergognare. Allora preferiamo distrarci: correre. Correre a perdifiato verso il posto più lontano possibile, verso le braccia più belle in cui nasconderci. Come se bastasse spostare il corpo per mettere a tacere la coscienza. Eppure, se ti fermi un momento – solo un momento – ti accorgi che il garbuglio non è fuori. È dentro. È nella mente che si annoda, che ricuce, che strappa e poi rammenda in silenzio. Un caos minuzioso. Nevrotico. Preciso come un centrino che sembra leggero ma tiene insieme l’intero tavolo.
Ci sono persone che incontriamo ogni giorno e che non ci hanno mai raccontato niente di ciò che sono state. Non perché siano misteriose. Perché sono straniere. Straniere a se stesse. Apolidi della propria coscienza. Hanno lasciato scadere il passaporto della memoria, e ora vivono in un presente così sottile da sembrare trasparente. Li riconosci, a volte. Hanno uno sguardo senza peso. Non è tristezza. È assenza di profondità. Come se oltre la punta del naso non esistesse alcun orizzonte. Sono scioccamente felici, qualcuno direbbe. Ma quella felicità è una tregua, non una conquista. È il risultato di una ricerca interrotta. Di una domanda che non si è più voluta fare.
Prova, per gioco, a chiedere in giro chi si ricorda davvero di te. Non di oggi. Di ieri. Della tua infanzia, magari. Di quella versione piccola e vulnerabile che sei stato. Osserva i sorrisi incerti. Le pause. I “forse”. Sorridi anche tu. Non è una tragedia. È una rivelazione gentile: siamo molto meno custoditi di quanto crediamo. E forse è per questo che continuiamo a intrecciare fili. A cercare braccia. A correre.
Se nessuno ricorda davvero chi eri, hai ancora la possibilità di scegliere chi essere. Se sei straniero a te stesso, puoi ancora chiedere asilo nella tua verità.
Sorridi, quando nessuno saprà risponderti.
Sorridi e, potendo, sii felice.
Non perché il dolore non esista. Ma perché, tra un punto e l’altro, il filo è ancora nelle tue mani.