Ci stanno allevando professori in batteria. Li riconosci subito: parlano per sigle. CFU, ITP, TFA, GPS. Non sono più persone, sono acronimi ambulanti. Hanno imparato la grammatica del sistema prima ancora di imparare una disciplina. Sanno dove comprare un punteggio, a chi rivolgersi per una certificazione, quale piattaforma promette una laurea mentre fai colazione.
Non studiano per sapere. Studiano per risultare.
E il sistema li accoglie con un sorriso commerciale: “Puoi insegnare”. Basta pagare. Basta cliccare. Basta accumulare attestati come bollini del supermercato.
Intanto la parola merito è diventata una plastica biodegradabile. Si scioglie al primo bonifico.
Non è una questione personale. È una questione strutturale.
Stiamo producendo docenti geneticamente modificati: adattissimi alla burocrazia, allergici alla profondità. Resistenti alla fatica dello studio lungo, immuni al dubbio epistemologico, perfettamente compatibili con la didattica preconfezionata.
Un tempo per insegnare serviva una cosa semplice e terribile: sapere. Sapere davvero. Sapere fino a non dormire la notte su un passaggio che non ti convince. Sapere fino a sentire la responsabilità di ogni parola detta davanti a venti ragazzi.
Oggi sembra sufficiente saper navigare tra enti “riconosciuti”, corsi “abilitanti”, percorsi “validi ai fini di”. Una lingua opaca, dove il fine non è la conoscenza ma l’idoneità.
La scuola è diventata un aeroporto low cost: l’importante è imbarcarsi. La destinazione — la competenza — è opzionale. E la cosa più inquietante non è l’ambizione di chi cerca una scorciatoia. L’ambizione è legittima. È umana. È persino bella.
La cosa inquietante è che le scorciatoie esistano. Che siano pubblicizzate. Che vengano suggerite con naturalezza. Che nessuno arrossisca più.
“Insegnante come lei.” Questa frase, se la guardi bene, pesa. Perché insegnare non è una qualifica da replicare. Non è una categoria. Non è “teorico” contro “pratico”. È una responsabilità verticale. È stare davanti a una classe sapendo che ogni tua lacuna diventerà la lacuna di qualcun altro.
In aerodinamica c’è una verità brutale: se sbagli un coefficiente, l’ala non vola. Non esistono enti che certificano la portanza per simpatia. La fisica non concede punteggi aggiuntivi. La scuola, invece, sembra aver deciso che la gravità è un’opinione.
E allora sì, viene il mal di pancia. Non per superiorità morale. Ma per la sensazione che il mestiere si stia sbriciolando in un mercato parallelo dove l’insegnamento è l’ultimo tassello di una filiera commerciale. Non mi scandalizza chi tenta di salire. Mi scandalizza un sistema che ha smesso di chiedere: “Sai?” E si accontenta di domandare: “Hai pagato?”
Forse il problema non sono i singoli. Forse il problema è che abbiamo trasformato la formazione in un prodotto e la scuola in una destinazione turistica. E quando l’istruzione diventa turismo accademico, la cultura non è più un edificio da costruire. È una cartolina da esibire.
Poi entro in classe, scrivo una formula alla lavagna, e per un attimo mi ricordo perché resto. Perché lì dentro, nonostante tutto, la realtà è ancora testarda. O sai, o non sai. E nessuna piattaforma “online” può modificare geneticamente questa verità.
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