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Il rumore dei sì…

C’è un punto della vita — non arriva con un’età precisa, ma con una stanchezza precisa — in cui ci si accorge che gran parte delle conversazioni che abbiamo avuto non erano conversazioni. Erano esercizi di sopravvivenza civile. Si annuisce, si sorride, si concede un sì.
Non perché si sia convinti, ma perché opporre un no richiederebbe qualcosa che il mondo sembra aver smesso di praticare: l’ascolto.
Eduardo, ne Gli esami non finiscono mai, mette in bocca al protagonista una frase che ha la semplicità brutale delle cose vere: a un certo punto si è stanchi di dire sì senza convinzione quando i no, convintissimi, salgono alla gola come bolle d’aria.
È un’immagine perfetta.
Il no è come il respiro quando sei sott’acqua: prima o poi deve uscire.
Ma la società educata — quella del vivere civile, delle buone maniere, delle frasi diplomatiche — ti chiede di trattenerlo. Di trasformarlo in qualcosa di più morbido, più digeribile. In un sì di cortesia.
Il risultato è un mondo pieno di parole e poverissimo di ascolto.
Non si discute più davvero: si aspetta solo il proprio turno per parlare.
Non si ascolta per capire, ma per replicare.
E allora parlare diventa un atto sempre più inutile, quasi decorativo.
Il protagonista di Eduardo sceglie una forma estrema di ribellione: smette di parlare. Non perché non abbia più nulla da dire, ma perché ha capito che dire qualcosa in un mondo che non ascolta è come bussare a una porta murata.
E forse è questo il punto più inquietante:
non è il silenzio di chi rinuncia, ma quello di chi ha capito. A volte il silenzio non è assenza di pensiero.
È pensiero che ha smesso di sprecarsi.
Viviamo in un’epoca rumorosa, dove tutti parlano continuamente — sui social, nelle chat, nei commenti — eppure l’impressione è che nessuno stia davvero ascoltando nessuno.
Il paradosso è tutto qui: non siamo mai stati così connessi, eppure raramente ci siamo sentiti così inascoltati.
Forse Eduardo aveva intuito una cosa molto prima di noi: il problema non è che le persone non parlano abbastanza.
È che parlano troppo per poter ascoltare.
E allora quei no trattenuti restano dentro, come bolle d’aria nei polmoni.
Prima o poi vengono su.
Sempre.

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