
Ci sono momenti – rarissimi – in cui la vita, stanca di essere sopportata, decide di farsi sentire. Non lo fa con un discorso, né con una ribellione plateale. A volte basta un suono. Un fischio lontano nella notte.
In un racconto di Pirandello accade proprio questo: un uomo qualunque, uno di quelli che la vita ha piegato fino a renderlo invisibile, sente il fischio di un treno. E quel suono minuscolo diventa una crepa nell’ordine delle cose. Tutti pensano che sia impazzito. In realtà, forse, è solo accaduto che per un istante si sia ricordato che il mondo esiste.
L’apparenza della normalità, del resto, è una delle fatiche più dure che l’uomo abbia inventato per sé. Ci si alza, si lavora, si risponde, si obbedisce. Si diventa una funzione, una mansione, una casella in un registro — qualcosa che esiste perché deve esistere, non perché vive. Pirandello lo sapeva bene: la società ama gli uomini tranquilli, soprattutto quelli che non si accorgono di essere prigionieri.
Eppure l’essere, quello vero, non smette mai del tutto di respirare. Rimane nascosto sotto la crosta dell’abitudine, sotto il peso delle responsabilità, sotto la polvere delle giornate tutte uguali. Aspetta solo un incidente minimo: un suono, una luce, una parola, qualcosa che faccia cedere per un momento l’impalcatura dell’apparire.
Allora accade una cosa strana: ciò che agli altri sembra follia è spesso solo un improvviso ritorno alla realtà. La ribellione dell’essere non è rumorosa. Non distrugge il mondo. Non cambia la vita dall’oggi al domani. Molto più modestamente, concede all’uomo una piccola evasione interiore: la possibilità di alzare lo sguardo dai registri della propria esistenza e ricordare che là fuori — oltre i ruoli, le etichette, le forme — continua a esistere lo spazio enorme del possibile.
È una libertà minima, quasi clandestina. Ma basta. Perché da quel momento in poi, anche restando dove si è sempre stati, qualcosa cambia.
Non siamo più soltanto ciò che gli altri vedono. Dentro di noi, da qualche parte, un treno ha già fischiato.