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La stagione in cui abitavamo i sogni…

Ci sono anni della vita in cui si abita soprattutto nel futuro. Non nel presente: nel futuro.
È una specie di casa provvisoria costruita con il materiale dei desideri. Ha stanze larghe, scaffali pieni, finestre aperte su paesaggi che ancora non esistono ma che sembrano già familiari. Dentro quella casa immaginata si vive benissimo: si entra tardi la notte, si lascia cadere il mazzo di chiavi sul mobile dell’ingresso, si accende una lampada soffusa e tutto sembra avere finalmente trovato il proprio posto.
In quelle stagioni della vita si è ricchi di possibilità.
Si accumulano progetti come libri non ancora letti. Si immagina che il tempo sarà lungo, disciplinato, generoso. Che ci sarà sempre una mattina buona per cominciare davvero. Che le cose riusciranno perché lo abbiamo deciso con sufficiente convinzione.
Il mondo, visto da lì, appare quasi addomesticabile.
Si immaginano tavoli apparecchiati con gli amici, stanze luminose, conversazioni intelligenti, viaggi che cambiano ogni volta l’orizzonte dietro una finestra diversa. Si immagina di avere sempre qualcosa di importante da dire e qualcuno disposto ad ascoltarlo. Persino la fatica sembra avere un suo fascino: correre nel buio, restare svegli fino all’alba, scrivere parole che meritino di essere lette. È una fiducia ostinata, quasi ingenua, ma bellissima.
La convinzione che la vita sia una materia plasmabile e che basti volerla abbastanza forte perché prenda la forma desiderata.
Poi, senza un momento preciso in cui accade, qualcosa cambia.
Non è un crollo spettacolare. Non c’è un giorno segnato sul calendario. Semplicemente ci si sveglia. E si scopre che molte di quelle stanze non sono mai state costruite. Che alcuni scaffali sono rimasti vuoti. Che certi progetti hanno preso altre strade o si sono dissolti con una discrezione quasi elegante. Il futuro che sembrava immenso si è fatto più concreto, più piccolo, più vero.
La cosa strana è che non è nemmeno una tragedia. È soltanto la vita che ha smesso di essere un sogno e ha iniziato a essere una storia. E forse crescere significa proprio questo: accorgersi che i sogni non spariscono perché non li meritiamo, ma perché a un certo punto smettiamo di dormirci dentro.
Da quel momento in poi, non si sogna più nello stesso modo.
Si vive.

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