
Ci sono momenti della vita in cui non accade ancora nulla — eppure tutto è già cominciato.
Sono giorni strani, questi. Giorni sospesi. Non per mancanza di movimento, ma perché il movimento è tutto interno, sotterraneo, come quei fiumi che scorrono sotto la terra senza fare rumore. In superficie sembra che il paesaggio sia fermo, immobile. Ma sotto, lentamente, qualcosa si sta preparando.
Ho imparato che l’attesa non è una parentesi vuota tra due eventi. Non è il tempo morto che separa il prima dal dopo. L’attesa, quando è abitata dalla possibilità, diventa essa stessa una forma di vita. E forse anche una forma di piacere.
Si dice spesso che il piacere stia nell’ottenere ciò che desideriamo. Ma c’è un piacere più sottile, più discreto, che vive un passo prima: è il piacere dell’attesa. È il momento in cui il futuro non è ancora deciso e proprio per questo conserva tutta la sua forza. In questi giorni mi trovo esattamente lì.
Ho lavorato molto per arrivare fin qui. Ho studiato, ho riprovato, ho rimesso mano alle cose quando sembravano già finite. Non è stata la prima volta e nemmeno la seconda. Alla terza si impara che non si tratta soltanto di dimostrare qualcosa agli altri. Si tratta, soprattutto, di dimostrarlo a se stessi. Ora però il lavoro è fatto. Le carte sono state giocate. E quello che resta è uno spazio curioso: il tempo in cui gli eventi devono ancora trovare il loro allineamento.
Non ho fretta.
C’è qualcosa di sorprendentemente sereno nel sapere di avere aperto delle alternative. Non è tanto l’idea di ciò che accadrà — che rimane ancora indistinto — ma la consapevolezza di poter scegliere, quando sarà il momento. Di poter dire la propria parola quando gli eventi avranno finito di disporsi sul tavolo. Forse è questa la vera libertà adulta: non controllare tutto, ma prepararsi abbastanza bene da poter scegliere quando arriverà il momento. Così vivo questi giorni come si vive una vigilia. Senza ansia e senza euforia. Con quella calma curiosità che si ha davanti a una porta ancora chiusa, sapendo però che la chiave è già nella propria tasca.
L’attesa del piacere, in fondo, è già piacere.
E mentre il mondo continua a muoversi con il suo passo incerto, io resto qui — nel territorio fertile delle possibilità — ad ascoltare il lento allinearsi delle cose.