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Il rumore attorno al nulla…

Ci sono storie che nascono piccole, quasi invisibili, e che invece diventano enormi non per ciò che sono, ma per ciò che riflettono. Come certe superfici lisce che, invece di mostrare il mondo, lo deformano.
Una famiglia si ritira nel bosco. Potrebbe essere una scelta, una fuga, un errore, una fragilità. Potrebbe essere materia per chi deve capire, per chi ha il dovere di proteggere, per chi sa distinguere tra ciò che è pubblico e ciò che è soltanto umano. E invece no. Diventa spettacolo. Accade allora qualcosa di più interessante – e più inquietante – della storia stessa: si accende una fame. Non di verità, ma di presenza. Non di comprensione, ma di esposizione. Come se il dolore, o anche solo l’anomalia, avessero bisogno di essere illuminati a giorno per esistere davvero.
Arrivano le cariche istituzionali, i commenti, le dichiarazioni. Arrivano le telecamere, i telefoni, i microfoni. Arriva perfino chi di mestiere vive di sguardi altrui, e si muove come si fa nei luoghi di pellegrinaggio: non per incontrare, ma per essere vista mentre ci si avvicina. Non importa se nessuno viene davvero raggiunto. L’importante è esserci stati, aver lasciato una traccia digitale, una frase imperfetta, un gesto fuori fuoco.
E allora il centro si sposta. Non è più la famiglia. Non sono più i bambini. Non è più nemmeno il fatto. È il contorno che diventa sostanza. È la rappresentazione che si mangia la realtà.
C’è qualcosa di profondamente comico in tutto questo, ma è una comicità che non fa ridere: somiglia piuttosto a quel momento in cui ci si accorge che il rumore ha completamente coperto la musica. E nessuno sembra più ricordare quale fosse la melodia iniziale.
Forse il punto non è nemmeno indignarsi. Sarebbe troppo facile, e forse anche un po’ sterile. Il punto è riconoscere che abbiamo costruito un tempo in cui l’urgenza non è più capire, ma partecipare. Non è più aiutare, ma comparire. Non è più esserci per qualcuno, ma esserci davanti a qualcuno.
E così una vicenda marginale diventa centrale, mentre il resto del mondo – quello vero, quello complesso, quello che richiederebbe silenzio e profondità – scivola via, come una conversazione importante abbandonata a metà per rispondere a una notifica.
Non è la storia, allora, a essere strana. Siamo noi, forse, ad aver smesso di saper distinguere tra ciò che merita attenzione e ciò che semplicemente la reclama.

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