Ci sono padri che si imparano da piccoli, per imitazione, come si imparano i gesti necessari: il modo di tenere una forchetta, di annodare una cravatta, di stare in piedi davanti al mondo senza tremare troppo. E poi ci sono padri che si continuano a imparare anche quando si è diventati uomini, quando l’imitazione non basta più e subentra qualcosa di più complesso, più silenzioso: una misura interiore, un confronto costante, una specie di dialogo che non finisce mai.
Il mio, di padre, è stato prima di tutto un assoluto.
Un punto fermo attorno al quale si disponevano i gusti, i pensieri, le scelte. Non perché imponesse direzioni, ma perché le incarnava. C’era in lui una naturalezza che diventava legge senza mai dichiararsi tale: il modo di parlare, di ragionare, di affrontare le cose — tutto sembrava avere un ordine implicito, una coerenza che non si spiegava, si respirava.
Poi il tempo ha fatto il suo mestiere, come sempre. E quel punto fermo ha cominciato a muoversi, non perché fosse meno saldo, ma perché io ho iniziato a camminargli accanto.
È diventato complice.
È diventato misura.
È diventato traguardo.
Ho studiato anche per lui, forse soprattutto per lui. Per quella forma di orgoglio che non chiedeva nulla ma che si intuiva, sottile, negli sguardi. Per restituirgli — almeno in parte — ciò che lui, senza mai contare, aveva dato. Perché ci sono padri che non fanno rumore, ma costruiscono fondamenta: e tu cresci sopra senza accorgertene, finché un giorno capisci che tutto quello che sei poggia su qualcosa che non hai fatto tu. Mi ha sostenuto, sempre. Mi ha capito quando non era semplice farlo. Mi ha coperto quando serviva protezione. Mi ha lasciato andare quando era giusto che imparassi a cadere. E soprattutto ha reso leggeri i giorni difficili — che è forse la forma più alta di presenza.
Oggi, da più di vent’anni, quella figura che guardavo dal basso è diventata qualcosa che provo a costruire ogni giorno dentro di me. Non per somigliargli — che sarebbe troppo semplice — ma per essere all’altezza di ciò che ho ricevuto. Eppure c’è una distanza nuova, fatta di lavoro, di strade che non coincidono più come prima. Dopo anni trascorsi gomito a gomito, la vita ha imposto traiettorie diverse, e dentro quella distanza si nasconde una lieve inquietudine: il tempo che vorrei dargli e che non sempre riesco a dargli.
Non è tristezza, non del tutto. È una forma di nostalgia attiva, qualcosa che non si rassegna ma si adatta. Perché, nonostante tutto, ogni giorno — in un modo o nell’altro — una parola riusciamo a scambiarla. Una telefonata, una battuta, un silenzio condiviso che dice più di tante frasi costruite. E forse è proprio questo il segno più vero: che certi legami non hanno bisogno di presenza continua per esistere, ma solo di non interrompersi mai davvero.
Oggi è la festa del papà, sì. Ma per alcuni, per me, è qualcosa di più semplice e più serio insieme: è il giorno in cui si riconosce che ciò che si è diventati non è mai solo opera propria. E che, nel tentativo quotidiano di essere all’altezza della vita, si continua — in fondo — a cercare quello sguardo.
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