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Inventario dell’inafferrabile…

Ci sono cataloghi che non stanno negli scaffali, e non si lasciano ordinare. Non hanno etichette, né numeri progressivi, né una logica che si possa insegnare a qualcuno. Sono le cose. Non quelle che possiedi — quelle che ti possiedono.
Viviamo attraversati da una moltitudine che non sappiamo nominare. Ci passano dentro come correnti: alcune leggere, altre dense, altre ancora così sottili da sembrare assenti e invece restano, si depositano, fanno sedimento. Sono le cose che vuoi e quelle che ti vogliono — e non è la stessa direzione, non è mai la stessa. Perché desiderare è un vettore, ma essere desiderati è un campo: ti avvolge, ti deforma, ti costringe a una geometria che non avevi previsto.
Ci sono cose che puoi, e allora le sfiori con una sicurezza distratta, quasi annoiata. E poi ci sono quelle che non esistono — eppure insistono, bussano, chiedono spazio dentro una realtà che non le contempla. Forse sono proprio queste le più vere: le cose impossibili, che non hanno luogo ma continuano a cercarlo.
E poi ci sono le cose fuori posto. Quelle che non entrano mai nella frase giusta, nel momento giusto, nella vita giusta. Restano ai margini, come parole dette troppo tardi o troppo presto. Le riconosci subito: hanno sempre un’ombra lunga e una luce sbagliata.
Le perdiamo, le prendiamo, le confondiamo. Le mescoliamo fino a non distinguerle più: il dolce con l’amaro, il desiderio con la paura, la volontà con l’inerzia. E intanto alcune brillano — rosse, verdi, viola — come se bastasse la superficie a giustificarne l’esistenza. Ma le cose vere, quelle che contano, non sono mai lucide: hanno sempre un’opacità che resiste allo sguardo.
Ci sono cose che non finiscono, nemmeno quando lo vuoi. Restano aperte, come frasi senza punto. E altre che iniziano per sbaglio, quasi per distrazione, e poi pretendono di essere portate fino in fondo. Ma il coraggio, quello, non si trova dove dovrebbe: così restano lì, incompiute, sospese, come promesse che nessuno ha davvero intenzione di mantenere.
E poi ci sono le cose non dette. Quelle che abitano il silenzio come un secondo linguaggio. Non le dici per paura, per codardia, per stanchezza — o semplicemente perché dirle significherebbe renderle vere, e alcune verità non si lasciano sopportare.
E allora restano lì, a fermentare.
Sono umide, inquiete, notturne. Hanno l’odore delle stanze chiuse e dei pensieri che non trovano aria. Eppure sono vive, ostinate, indomabili. Non si lasciano dimenticare.
Forse il punto non è capirle. Forse il punto è accettare che esistano senza forma, senza nome, senza una ragione precisa. Come certe emozioni che non si spiegano, ma si sentono fino in fondo, fino a diventare quasi materia.
Vorremmo afferrarle, trattenerle, impedirgli di scivolare via. Ma le cose — quelle vere — non si lasciano possedere. Si lasciano attraversare.
E restano, comunque.
Anche quando non sappiamo dire il perché.

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