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La Livella dei Mediocri

Ci sono stagioni che non producono grandezza, ma necessità. Non uomini, ma funzioni. Figure che non emergono per statura, ma per compatibilità con un sistema che ha smesso di pretendere altezza e si accontenta di equilibrio.
Accade allora che il potere non scelga i migliori, ma i più utili. Non i più giusti, ma i più adattabili alla propria fragilità. È una selezione silenziosa, quasi naturale: come l’acqua che trova sempre la via più bassa, così certe epoche finiscono per riconoscersi solo in ciò che non le contraddice, in ciò che non le mette in discussione, in ciò che non chiede di essere migliori. Si costruiscono così architetture strane, dove ogni elemento regge l’altro non per virtù intrinseca, ma per reciproca necessità. Strutture che non stanno in piedi perché solide, ma perché nessuno può permettersi che cadano. E allora si conserva tutto: gli errori, le derive, le parole sbagliate diventate abitudine. Si conserva perfino ciò che, in un tempo più esigente, sarebbe stato rimosso senza esitazione.
Il problema non è mai solo chi attraversa queste stagioni. È ciò che resta dopo. Perché certe presenze non finiscono quando escono di scena: sedimentano. Diventano metodo, linguaggio, misura. Si infilano nelle pieghe del quotidiano fino a sembrare inevitabili. E ciò che un tempo scandalizzava, col tempo smette perfino di disturbare.
È così che si abbassa l’orizzonte. Non con uno strappo violento, ma con una lenta erosione del senso. Una progressiva tolleranza al meno, al poco, al quasi. Fino a quando il mediocre non appare più come una caduta, ma come una forma possibile di stabilità. E intanto, lontano dalle parole, resta qualcosa che non si lascia convincere. Una memoria più antica, più ostinata. Quella che non scrive, non celebra, non dimentica. Che continua a registrare, senza indulgenza, ciò che siamo stati davvero. Perché non è vero che tutto passa. Alcune cose si trasformano. E restano. Nella forma più difficile da estirpare: quella dell’abitudine.

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