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La soglia invisibile…

Gli inizi non hanno rumore. Non annunciano nulla, non chiedono permesso, non si presentano con la solennità delle cose che contano. Accadono. E proprio per questo sfuggono.
Si è sempre portati a credere che il peso delle cose risieda nelle loro conseguenze, negli esiti, nelle cadute finali o nei trionfi apparenti. Si guarda la fine come si guarda una sentenza: definitiva, chiara, inappellabile. Ma la verità è che ogni fine è già stata scritta molto prima, in un punto così sottile da sembrare irrilevante. È in quell’istante iniziale che si consuma il vero atto di scelta. Non quando si decide apertamente, ma quando si accetta in silenzio. Quando si lascia entrare qualcosa senza opporre resistenza. Quando si preferisce non vedere, non capire, non chiedere.
Gli inizi sono luoghi fragili e pericolosi, perché lì convivono tutte le ambiguità: ciò che desideriamo e ciò che temiamo, ciò che sappiamo e ciò che fingiamo di non sapere. In quel margine indistinto si annidano le giustificazioni più eleganti e le illusioni più comode. Si costruiscono narrazioni che servono a rendere accettabile ciò che, in fondo, è già stato compreso. Non si cade mai all’improvviso. Si scivola lentamente, a partire da un primo passo che non sembrava tale. Da una concessione minima. Da una verità appena sfiorata e subito lasciata cadere. E allora il problema non è ciò che accade dopo. Il problema è ciò che si tollera all’inizio. Perché ogni errore, ogni smarrimento, ogni disillusione porta con sé una traccia originaria: un punto esatto in cui si è scelto — o si è smesso di scegliere — credendo che non contasse.
E invece contava già tutto.

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