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…un nome comodo per ciò che non controlliamo

Li chiamiamo errori perché abbiamo bisogno di una parola che li tenga a distanza, come si fa con ciò che ci mette a disagio: lo si nomina, lo si delimita, lo si archivia. “Errore” è una forma di ordine, una piccola architettura linguistica che ci protegge dall’idea più inquietante: che ciò che è accaduto non fosse un inciampo, ma un passaggio. E invece, a guardare meglio, certi scarti non deviano: orientano.
Ci sono scelte che non somigliano affatto a scelte, ma a cedimenti. Momenti in cui non siamo stati all’altezza dell’immagine che avevamo costruito di noi stessi, e proprio lì — nel punto esatto in cui ci siamo mancati — qualcosa ha iniziato a prendere forma. Non la versione migliore, forse. Ma quella più vera.
L’errore è un nome comodo per ciò che non controlliamo. Ma la necessità, quella, ha un’altra consistenza: non chiede permesso, non si lascia correggere, non si lascia nemmeno spiegare del tutto. Accade e basta. E quando accade, si porta via una parte di noi che credevamo stabile, lasciandone emergere un’altra che non avevamo ancora riconosciuto. Forse è per questo che certi errori continuano a tornare nei pensieri: non perché vogliono essere cancellati, ma perché non sono stati ancora compresi fino in fondo. Non erano deviazioni, ma linguaggi. Non cadute, ma tentativi. E allora cambia anche il modo di guardarli. Non più come fratture da nascondere, ma come punti di pressione, dove la vita ha insistito fino a farci cedere. Non per rovinarci, ma per spostarci. In fondo, non tutto ciò che ci incrina ci distrugge. A volte ci costringe soltanto a diventare qualcosa che, senza quell’errore — o senza quella necessità — non avremmo mai avuto il coraggio di essere.

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