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Ci sono conversazioni che non iniziano davvero. Si trascinano. Restano addosso come un odore che non se ne va, come un sapore che insiste anche quando hai smesso di mangiare. Parole dette senza fame, ascoltate senza desiderio, scambiate per riempire un vuoto che non ha intenzione di essere colmato.
È in quei momenti che qualcosa si incrina — non fuori, ma dentro. Una piccola forma di rigetto, quasi fisica. Non verso ciò che viene detto, ma verso il fatto stesso che si continui a dire. Perché ci sono dialoghi che non cercano nulla. Non aprono, non scavano, non rischiano. Si limitano a occupare spazio, come piatti lasciati lì, sul tavolo, quando nessuno ha più voglia di mangiare. E allora nasce una strana lucidità: quella che ti fa capire che non tutte le parole meritano di essere abitate. Che non tutte le presenze sono davvero incontri. Che esiste una soglia invisibile oltre la quale restare diventa una forma sottile di tradimento — non verso l’altro, ma verso se stessi.
In quei momenti, la ribellione non è rumore. È sottrazione. È il gesto, quasi impercettibile, di chi decide di non restare più seduto a un tavolo dove tutto è già stato consumato, ma niente è stato davvero vissuto.

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