≡ Menu

…per una specie di necessità silenziosa

Ci sono momenti in cui la realtà si restringe fino a diventare una sola domanda. Non una scelta tra molte, non un bivio, ma un unico varco sottile in cui tutto si raccoglie: il desiderio, la paura, la possibilità di perdersi o di salvarsi.
È lì che si misura la verità di ciò che sentiamo.
Non quando le cose sono facili, non quando l’altro è già dalla nostra parte, ma quando ogni passo in avanti somiglia a uno sconfinamento. Quando chiedere significa esporsi, e volere significa accettare di non essere ricambiati.
Allora si prova. Non per coraggio — che spesso è solo una parola che usiamo dopo — ma per una specie di necessità silenziosa. Come se ignorare quel richiamo fosse peggio che fallire. Come se il vero errore fosse lasciare intatta quella domanda, non pronunciarla mai, non darle nemmeno la dignità di un tentativo.
E si resta sospesi in quell’istante fragile in cui tutto potrebbe ancora accadere.
Perché c’è un’idea, ostinata e irragionevole, che continua a farsi strada: che a volte basti davvero poco. Un tempo leggermente diverso, una coincidenza più gentile, un’esitazione in meno. E allora sì, forse, qualcosa cambierebbe direzione.
Ma la verità è più semplice e più dura: non tutto ciò che sentiamo è destinato a diventare.
Eppure non si rimpiange l’aver chiesto.
Si rimpiangerebbe il contrario.
Perché alcune domande non servono a ottenere una risposta. Servono a non tradire ciò che siamo stati, anche solo per un attimo, quando abbiamo creduto che portare qualcuno con noi fosse possibile.
E allora resta solo questo, alla fine: una voce che torna, quasi sottovoce, a ripetere la stessa domanda. Non per convincere. Non più.
Ma per essere certi di averla davvero pronunciata.
Verresti?

{ 0 comments… add one }

Rispondi