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…io sono qui per dire “Sì, certo”, a mio figlio Umberto.

Ci sono momenti in cui il mondo si restringe a una stanza, a una scrivania, a una voce che arriva da dietro le spalle mentre sei immerso in qualcosa che credi importante. Una lettura, un pensiero, un tentativo di capire. E poi quella voce — semplice, diretta — che non chiede il mondo, ma qualcosa di piccolo, spostato di pochi giorni, leggermente più in là nel tempo.
E tu dici .
Non perché sia facile. Non perché sia giusto nel senso assoluto delle cose. Ma perché in quel sì c’è una forma di riconoscimento, una specie di allineamento invisibile: qualcuno ti ha cercato, e tu hai risposto.
Ci si accorge, allora, che esiste una grammatica minima dell’esistenza che non ha nulla a che fare con le grandi decisioni, con le ambizioni, con le traiettorie impeccabili che ci raccontiamo. È fatta di risposte brevi, quasi banali, eppure decisive. Un “sì, certo” detto senza esitazione è una promessa silenziosa che tiene insieme più cose di quante ne sappiamo nominare.
Dire a un figlio è un gesto che non si esaurisce nel gesto. Non è solo concedere qualcosa, né semplicemente esserci. È assumere una posizione nel mondo: diventare il luogo dove una richiesta trova spazio, dove un desiderio non rimbalza contro il vuoto.
E in questo, paradossalmente, si riceve più di quanto si dia.
Perché quel non costruisce solo l’attesa di chi lo ascolta, ma anche l’identità di chi lo pronuncia. È come se ogni volta si venisse leggermente definiti, come una linea che si ripassa più volte finché non diventa chiara. Io sono quello che risponde. Io sono quello che, quando serve, dice sì.
Non sempre sarà possibile. Non sempre sarà giusto. Ci saranno i no necessari, quelli che proteggono, che insegnano, che tengono insieme ciò che altrimenti si perderebbe. Ma proprio per questo, i diventano ancora più preziosi: perché non sono automatici, non sono dovuti. Sono scelti. E nella scelta c’è qualcosa di irripetibile.
Così, mentre tutto il resto scorre — i libri, i pensieri, le urgenze che cambiano volto — resta quella certezza minuta e ostinata: che esiste almeno un luogo, almeno un legame, in cui la propria presenza ha una forma chiara.
Non serve molto di più, a volte, per sentirsi esattamente dove si deve essere.

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