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Il coraggio del passaggio…

Pasqua è un verbo prima ancora che una festa. Non si lascia inchiodare a una data, non accetta di essere calendario. È un movimento, una fenditura, qualcosa che accade solo a chi è disposto a perdere l’equilibrio.
C’è chi abita le certezze come si abita una casa: porte chiuse, luci accese sempre nello stesso punto, gli oggetti al loro posto. E poi c’è chi, invece, non riesce a stare fermo. Chi sente nella fede una specie di irrequietezza, una mancanza che non si colma ma si attraversa. Non una dimora, ma una traiettoria.
Credere, forse, è questo: non possedere, ma inseguire. Non sapere, ma esporsi. È un mestiere da inquieti, da nomadi dell’invisibile. Serve uno sguardo che non si accontenta, che fruga nei dettagli minimi, che costringe il mondo a confessare una traccia, un indizio, una promessa. Chi crede non si sistema: si muove. Sempre. Anche quando resta fermo.
E in questo movimento c’è una fatica segreta, una sofferenza sottile. Perché ogni passo è un rischio, ogni segno può essere illusione, ogni risposta può crollare il giorno dopo. Ma è proprio lì, in quella precarietà, che si consuma il gesto più radicale: andare oltre senza garanzia.
Io guardo tutto questo da una distanza che non è disprezzo, ma limite. Riconosco la forza del salto, ma resto sulla soglia. Vedo quelle vette — il deserto che chiama, la croce che apre, il vuoto che invita — e ne intuisco la grandezza. Ma non ho il coraggio del tuffatore. Non ho quella fiducia cieca che trasforma l’abisso in direzione.
E allora rimango. Non per scelta eroica, ma per natura. Con una forma di immobilità che non è pace, ma sospensione. Con una lucidità che illumina e insieme trattiene. Capisco il senso dei simboli, ma non riesco a entrarci. Li sfioro, li studio, li rispetto — ma non li vivo.
Forse è questo il mio modo di stare al mondo: osservare chi attraversa mentre io resto a riva. Ammirare chi rompe, chi osa, chi scompagina le mappe e le riscrive mentre cammina.
A loro, oggi, spetta la festa.
A chi non sopporta la stasi.
A chi si ostina a cercare anche quando non trova.
A chi attraversa il dolore come fosse una porta.
A chi salta, senza sapere dove atterrerà.
A loro, che fanno del passaggio una vocazione e della ferita una direzione, auguro una Pasqua piena.
Non di certezze, ma di slancio.

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