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Scrivo perché…

Scrivo perché dentro non ho ordine ma attrito. Non una trama, ma una resistenza. Le cose si incastrano tra loro senza combaciare davvero, come pensieri lasciati a metà, come promesse che non hanno trovato il tempo giusto per compiersi. E allora scrivere diventa un gesto elementare, quasi fisico: non per dire, ma per disfare.
Ogni parola che segue l’altra è un tentativo di tregua. Non chiarisce, non risolve, ma allenta. È come passare le dita su un nodo senza pretendere di scioglierlo subito: lo si ascolta, lo si misura, lo si riconosce. Scrivere è questo — una forma di pazienza applicata a se stessi.
C’è qualcosa di profondamente onesto nel filo che si costruisce parola dopo parola. Perché non corre, non salta, non finge di sapere già dove arrivare. Sta. Tiene. Accoglie anche ciò che non si lascia spiegare. E in quel filo, che sembra fragile, si raccolgono tutte le cose che di solito scartiamo: i dubbi che non hanno voce, le domande che non vogliono risposta, le crepe che non chiedono di essere chiuse.
Forse non si scrive per trovare un senso, ma per non perderlo del tutto. Per non lasciare che ciò che siamo resti ammucchiato in un angolo indistinto, senza nome. Dare un nome, anche provvisorio, è già un atto di cura.
E così mi ritrovo in questi fili tesi tra una parola e l’altra, a riconoscermi non nella chiarezza, ma nella continuità. Non nella soluzione, ma nel gesto stesso del tentare.
Perché alla fine non è importante sciogliere ogni groviglio. A volte basta seguirne il filo. E accorgersi, strada facendo, che quel filo — imperfetto, spezzato, ricucito — sono io.

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