≡ Menu

…una coincidenza ben riuscita

C’è una forma di umiltà che non è rinuncia, ma vertigine lucida.
Sta tutta in quella consapevolezza quasi imbarazzante: essere poco più che una deviazione evolutiva, un accidente della materia, un ramo fortunato cresciuto su un pianeta qualsiasi, in periferia. Niente centro, niente privilegio cosmico. Solo una coincidenza ben riuscita.
Eppure.
Eppure questa stessa materia, distratta e inconsapevole per miliardi di anni, a un certo punto si è piegata su se stessa e ha cominciato a guardare. Ha imparato a farsi domanda. Ha costruito strumenti per misurare ciò che non poteva toccare, ha dato nomi a ciò che non poteva possedere, ha immaginato prima ancora di capire.
È questo il paradosso che ci attraversa: siamo piccoli abbastanza da poter essere ignorati dall’universo, ma complessi abbastanza da poterlo interrogare.
Non è grandezza, forse. È qualcosa di più sottile. È una specie di responsabilità silenziosa.
Perché capire l’universo non significa dominarlo. Significa accettare di stare dentro un ordine che non ci appartiene, ma che possiamo, per un attimo, intravedere. È come aprire una finestra nella notte e accorgersi che il buio non è vuoto, ma pieno di strutture, leggi, armonie invisibili. E che noi, incredibilmente, siamo fatti della stessa sostanza di ciò che osserviamo.
Siamo il punto in cui l’universo prende coscienza di sé.
Non il più importante. Non il più necessario. Ma uno dei pochi, forse, in cui la materia smette di essere solo materia e diventa domanda.
E allora non è tanto il fatto che siamo speciali a sorprenderci.
È il fatto che, pur non essendolo, siamo comunque riusciti a capire abbastanza da porci il dubbio.

{ 0 comments… add one }

Rispondi