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L’eleganza del vuoto…

C’è una forma di stupidità che un tempo aveva almeno il merito della nettezza. Stava intera in faccia, come certe case di campagna: poche stanze, un odore preciso, nessuna ambizione di sembrare altro. Ti ci imbattevi e la riconoscevi subito. Non seduceva, non argomentava, non si metteva il doppiopetto delle sfumature. Era ottusa con una sua elementare sincerità. E quasi, per questo, riposante.
Adesso no. Adesso anche la dabbenaggine si è istruita. Ha imparato il lessico, i riferimenti, le cautele. Sa citare, sa insinuare, sa perfino dubitare con metodo. Non dice quasi mai sciocchezze nude: le veste, le profuma, le fa accomodare in salotto. Le mette in fila dentro periodi ben costruiti, le appoggia a un tono ragionevole, a una smorfia intelligente, a una prudenza finta che serve solo a non pagare mai il prezzo di un’idea vera. Così la sciocchezza contemporanea non urta: convince. O peggio, assomiglia.
È questo che mette tristezza: non l’assenza dell’intelligenza, che è merce da sempre rara e delicata, ma il fatto che persino il contrario abbia imparato a contraffarla. Oggi non è facile distinguere chi pensa da chi ha soltanto perfezionato i propri riflessi. Ci sono menti che sembrano lame e invece sono solo specchi: non tagliano nulla, restituiscono il mondo con una brillantezza fredda, impeccabile, inutile. Fanno luce senza calore. E spesso basta questo per scambiarle per profondità.
L’intelligenza, quella vera, conserva invece qualcosa di disarmato. Non ha tutta questa fretta di mostrarsi. Non tiene banco a ogni costo. A volte inciampa, si corregge, si vergogna un poco di sé. Sa che capire davvero una cosa significa anche perdere appigli, rinunciare a una parte di sicurezza, farsi meno compatti. Per questo non è quasi mai rumorosa. Per questo non è quasi mai trionfante. E forse per questo, in mezzo alla folla di quelli che sanno stare al mondo soltanto esibendo il proprio ingegno, finisce persino per sembrare più fragile di quanto sia.
Ci manca, allora, non tanto un’età dell’oro che probabilmente non è mai esistita, quanto una certa rozzezza limpida. La possibilità di chiamare le cose col loro nome senza dover prima attraversare il trucco. Ci manca la goffaggine onesta di chi non pretendeva di essere sottile. Perché almeno il limite dichiarato ha una sua decenza; il limite mascherato da finezza, invece, è insopportabile. Non per cattiveria, ma per stanchezza.
Forse invecchiare è anche questo: non rimpiangere il passato perché fosse migliore, ma perché era meno sofisticato nel mentire. C’erano meno filtri tra le persone e la loro misura reale. Oggi tutto si presenta rifinito, emendato, reso presentabile. Anche la miseria intellettuale si è fatta elegante. Anche il vuoto ha imparato a parlare bene.
E allora viene da desiderare, con una specie di malinconia contadina, qualcosa di semplice e severo: una parola schietta, una sciocchezza che almeno abbia il coraggio di esserlo, un’intelligenza che non abbia bisogno di mettersi in posa. Perché alla fine il punto non è salvare la brillantezza. È salvare la verità. Anche quando è scarna. Anche quando non fa figura. Anche quando sa di pane tagliato male, di vino torbido, di cose senza etichetta ma ancora vive.

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