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Lo spaesamento degli onesti…

Non è il furto, in fondo, a scandalizzare davvero. Non è il gesto in sé, che pure graffia l’ordine delle cose e incrina quella fragile architettura che chiamiamo convivenza. È piuttosto lo spaesamento. È quella sensazione sottile e persistente di essere fuori posto, come se il mondo avesse cambiato lingua mentre noi eravamo distratti a respirare.
C’è un disagio più profondo della colpa e più silenzioso della rabbia: è il non riconoscersi. Non riconoscersi nei modi, nei toni, nelle piccole astuzie quotidiane che sembrano aver preso il posto della semplicità. Come se l’aria stessa fosse diventata leggermente più densa, più difficile da attraversare senza urtare qualcosa.
Un tempo — o forse è solo un’illusione necessaria — le cose avevano un peso netto. Il bene stava da una parte, il male dall’altra, e in mezzo c’era uno spazio in cui sostare, esitanti ma ancora interi. Oggi invece tutto sembra scivolare, mescolarsi, diventare tollerabile purché funzionale, giustificabile purché condiviso. Non è più questione di giusto o sbagliato: è questione di adattamento.
E allora si vive con una lieve vertigine addosso. Non per ciò che accade, ma per il fatto di non riuscire più a starci dentro senza sentirsi, in qualche modo, disallineati. Come una vite che gira a vuoto, come un passo che non trova il tempo della musica.
Forse è questo il vero strappo: non la presenza del disordine, ma la sua normalità. Non il gesto che devia, ma l’abitudine che lo accoglie senza più stupore. E noi, lì, a cercare ancora una misura che non coincida con la semplice sopravvivenza.
Perché si può sopportare quasi tutto, a patto di riconoscersi. Ma quando viene meno quel riconoscimento — quando anche lo specchio sembra restituire un volto leggermente sfalsato — allora sì, qualcosa si incrina davvero.
E non è più il mondo a fare paura.
È il fatto di non trovarci più, in mezzo.

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