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Il tempo dei doni incomprensibili…

Ci sono doni che arrivano troppo presto per essere compresi. E allora fanno paura.
Non è il vino, in fondo, a uccidere Icario. È lo scarto tra ciò che egli offre e ciò che gli altri sono pronti a ricevere. È quella distanza sottile e tragica tra l’intuizione di uno e la misura degli altri. Perché ogni novità, quando non ha ancora un nome condiviso, somiglia a un veleno: altera, confonde, sposta i contorni del mondo. E ciò che non si riconosce, spesso, si elimina.
I pastori non erano malvagi. Erano semplicemente impreparati all’ebbrezza. Non avevano ancora imparato che esistono stati dell’anima che non si governano con la ragione abituale. Così, di fronte a quella vertigine improvvisa, hanno scelto la via più antica: accusare, colpire, cancellare.
Ma la storia non si ferma lì. Perché ogni dono rifiutato ritorna, e ritorna con una forza più grande, quasi vendicativa. Dioniso non punisce per crudeltà: costringe. Costringe una città intera a fare esperienza di ciò che aveva rifiutato. Le giovani impiccate non sono solo vittime, sono il riflesso estremo di un’ebbrezza negata, di una vita non accolta nella sua pienezza.
E allora la vite, piantata per placare il dio, diventa qualcosa di più di una coltivazione: è un atto di riconciliazione. Un’ammissione tardiva. Un “non avevamo capito”.
Forse è questa la morale, se proprio ne serve una: ogni dono chiede tempo. E ogni verità nuova pretende una pazienza che raramente abbiamo. Ma se non impariamo a sostare davanti a ciò che ci destabilizza, finiremo sempre per chiamare veleno ciò che, in realtà, è solo un’altra forma di vita.
E pagheremo, ogni volta, il prezzo di non aver saputo aspettare.

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