
Si stava meglio quando c’erano gli Squallor.
Che non significa, naturalmente, che si stesse meglio davvero. Non si stava meglio quasi mai, quando diciamo che si stava meglio. È solo che certe epoche avevano ancora il buon gusto di mostrarsi volgari senza travestirsi da educazione sentimentale del mondo. Avevano il cinismo in canottiera, la fame con la risata sporca, l’egoismo con la faccia scoperta. Oggi, invece, ogni miseria vuole la sua grafica pulita, il suo comunicato etico, il suo hashtag in controluce.
A metà degli anni Ottanta il mondo cantava la propria redenzione. Voci immense, pianoforti solenni, mani sulle spalle, il pianeta ridotto a coro, la bontà impaginata come evento. Una canzone per dire che siamo il mondo, che siamo i bambini, che siamo tutti dentro la stessa ferita e dunque, forse, dentro la stessa cura.
Poi arrivano loro.
E invece di aggiungere una voce al coro, ci mettono un rutto dentro. Non per distruggere la solidarietà, ma per bucare la posa. Non per negare il bene, ma per ricordare che il bene, appena diventa spettacolo, rischia sempre di somigliare a una televendita dell’anima.
Gli Squallor capirono una cosa semplicissima e feroce: che l’Italia non era mai davvero dentro il grande abbraccio universale. Ci entrava di lato, con la busta in mano. Non chiedeva salvezza per tutti, chiedeva danari. Non partecipava al dolore del mondo: provava a intestarselo, a monetizzarlo, a ricavarne una piccola rendita da condominio.
Ed è qui che la parodia smette di essere parodia e diventa diagnosi.
Perché il comico alto non è quello che fa ridere: è quello che ti sorprende mentre stai già ridendo e ti lascia addosso un po’ di vergogna. Gli Squallor facevano questo. Prendevano la retorica, la spogliavano, le toglievano il profumo, la cravatta, la luce buona dello studio televisivo. La lasciavano lì, in mutande, a dire la verità che nessuno voleva ascoltare: dietro ogni grande discorso collettivo può nascondersi un piccolo tornaconto privato.
“We are the world” era l’umanità che si immaginava una. “USA for Italy” era l’italiano che, davanti all’umanità una, chiedeva se si potesse avere un anticipo.
E allora sì, si stava meglio quando c’erano gli Squallor, perché almeno qualcuno aveva ancora il coraggio dell’indecenza necessaria. Quella che non consola, non educa, non pacifica. Quella che prende il santino della bontà pubblica e ci disegna sopra i baffi, non per bestemmiare il santo, ma per smascherare il devoto.
Oggi siamo pieni di parole corrette, buone cause, campagne, giornate mondiali, lacrime calibrate, indignazioni con logo. Abbiamo imparato a sembrare migliori. Non è detto che lo siamo diventati. Gli Squallor, invece, non volevano sembrare migliori.
Ed è forse per questo che, qualche volta, riuscivano a dire qualcosa di più vero.