
C’era un tempo in cui il mondo stava in una sfera di plastica, e quella sfera aveva un colore preciso: arancione fuoco. Non era soltanto un oggetto, ma una grammatica elementare dell’esistenza. Bastava poggiarlo a terra perché tutto trovasse ordine: i corpi, le alleanze, le inimicizie, perfino il tempo. Il pomeriggio cominciava lì, e lì finiva.
Il Supersantos non era leggero nel senso banale del termine. Era leggero come lo sono le cose necessarie: perché non avevano bisogno di essere spiegate. Si giocava e basta. Senza istruzioni, senza arbitri, senza pubblico. Senza nemmeno la pretesa di diventare altro da ciò che si era: bambini con le ginocchia sbucciate e un respiro corto che sapeva di corsa e di sole.
In quel cortile senza confini – perché ogni strada poteva diventare campo e ogni ostacolo regola – si imparava una cosa che nessuno insegnava: che la vita, prima di essere fatica, è slancio. Che esiste una forma di purezza che non coincide con l’innocenza, ma con la dedizione assoluta a un gesto. Correre dietro a un pallone come se fosse l’unica cosa necessaria al mondo.
Poi, naturalmente, il mondo arrivava. Arrivava nelle voci degli adulti affacciati ai balconi, nei vetri rotti, nelle minacce gridate con un dialetto che era insieme rimprovero e appartenenza. Arrivava nelle crepe dell’asfalto, nelle cancellate troppo alte, nei palloni che non tornavano più. Arrivava, soprattutto, nella scoperta che non tutti giocano per giocare.
Eppure, anche lì, tra il catrame e le ombre, restava qualcosa di irriducibile. Una specie di resistenza silenziosa. Perché finché il pallone rimbalzava, finché qualcuno urlava “porta!” disegnandola contro un muro, finché si accettava di perdere e di ricominciare, c’era ancora un margine di libertà.
Il Supersantos era questo: una promessa che non si dichiarava mai, ma si compiva ogni volta che rotolava. Una promessa fragile – bastava un chiodo, una lama, un gesto di stizza a farlo esplodere – e proprio per questo assoluta. Come tutte le cose che contano davvero.
Col tempo, si smette di giocare. O meglio: si smette di credere che giocare sia sufficiente. Arrivano i ruoli, le attese, le necessità. Si impara a stare fermi, a calcolare, a trattenere. E allora quella sfera arancione resta indietro, come un oggetto dimenticato su un balcone troppo alto per essere recuperato.
Ma non scompare.
Resta da qualche parte, in una memoria che non si lascia addomesticare. Resta come una misura segreta: di ciò che siamo stati e, forse, di ciò che avremmo potuto continuare a essere. Perché c’è un punto, in ogni vita, in cui il gesto più bello non è quello che serve a vincere, ma quello che serve a non interrompere il gioco.
E allora, se davvero esiste un’origine, un prodromo di tutto ciò che siamo diventati, forse è lì: in quella corsa disordinata, in quel tiro storto, in quella porta disegnata male. In quel momento in cui il mondo non chiedeva niente, se non di essere abitato.
Come una palla che rotola.
E noi, dietro.