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Il cratere e la carezza…

C’è una cosa che non si perdona al Vesuvio: che stia lì, impassibile, a fare il panorama.
Lo guardi da lontano — da quella distanza di sicurezza che ti concedi quando non vuoi fare i conti con qualcosa di più grande di te — e sembra una promessa mantenuta. Una sagoma quieta sul fondo del cielo, come certi uomini che non alzano mai la voce e che per questo non ti fidi mai del tutto, perché sai, in qualche posto preciso dentro di te, che qualcosa prima o poi accadrà. Il vulcano ha quella stessa aria. Quella di chi è già stato capace di tutto e adesso si è messo comodo, le mani in tasca, ad aspettare con pazienza geologica che tu ti dimentichi di lui.
I napoletani non se ne dimenticano. Ci hanno costruito sopra un santo, una festa, un miracolo a cadenza regolare, quasi fosse una rata da onorare. Il sangue di Gennaro si scioglie, la città trattiene il fiato, poi ricomincia a respirare — fino alla prossima volta. È una negoziazione ininterrotta con la terra, un contratto d’affitto che prevede clausole che nessuno ha mai letto fino in fondo, stipulato con qualcosa che non firma ma che incassa sempre.
Eppure una volta ci sono salito, con mio padre, in una di quelle domeniche d’estate che sapevano di tempo libero e di sandali. E devo dire che lassù il Vesuvio tradisce tutto quello che ha fatto credere di essere. Ci siamo infilati dentro una nuvola così fitta da togliere il suono alle cose, e abbiamo camminato in quel silenzio da stanza sigillata — il tipo di silenzio che non è pace, ma sospensione, come un respiro trattenuto troppo a lungo che non sai più se appartiene all’attesa o alla paura. Poi, sul bordo del cratere svuotato, il più vasto orizzonte che abbia mai visto in vita mia si è aperto davanti a noi senza preavviso. Un sole arancione si immergeva dietro Ischia come se avesse altrove un appuntamento imprescindibile, e una brezza improvvisa asciugava tutto — il sudore, la fatica, il dubbio accumulato passo dopo passo.
Nessuno ti dice che il Vesuvio, in cima, ti accarezza.
Ti prepari al mostro e trovi il vento cortese. Ti aspetti la bocca del fuoco e scopri invece il posto più aperto e ariato del mondo. È un meccanismo che quella terra conosce da sempre, nel profondo: ti educa alla violenza sotterranea, ti abitua al borbottio incandescente delle viscere, e poi al momento esatto ti offre la veduta più ampia che esista — ti porta sul bordo e ti dice, con la semplicità delle cose vere: eccolo, il mondo. Guardalo bene. Non è detto che duri.
Forse è per questo che i napoletani ridono in quel modo strano e inconfondibile che hanno, con una vena di malinconia incassata dentro ogni sorriso, come se la gioia avesse già calcolato la propria scadenza. Non è fatalismo — è qualcosa di più sottile, di più onesto. È la consapevolezza, maturata per ragioni geologiche prima ancora che personali, che la superficie non garantisce niente, che la bellezza viene dallo stesso posto oscuro da cui viene il pericolo, che il tufo — quella pietra friabile, porosa, incapace di trattenere l’intonaco — è pure l’unica cosa che ha tenuto in piedi la loro città per duemila anni.
Il tufo cede un poco, si adatta, lascia passare l’acqua attraverso di sé — e resta. Ciò che non sa cedere, lo trovi spezzato nel mezzo.
Napoli è costruita così. Porosa in superficie, tenace nel profondo. Capace di assorbire tutto — i bombardamenti, la cenere, le alluvioni, la storia — e di restituirlo trasformato in qualcosa che assomiglia, contro ogni previsione, alla bellezza.
Come certa gente che conosco.
Come certa gente che, forse, sono.

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